Sud Archivi - La Voce del Sud https://www.lavocedelsud.org/tag/sud/ “Se si sogna da soli, è un sogno. Se si sogna insieme, è la realtà che comincia. ” Mon, 17 Mar 2025 12:58:09 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.7.2 199277288 Lavoro nero al Sud: l’ombra che frena il futuro https://www.lavocedelsud.org/lavoro-a-nero-al-sud/ https://www.lavocedelsud.org/lavoro-a-nero-al-sud/#respond Mon, 17 Mar 2025 12:56:23 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=9315 Nel cuore del Mezzogiorno si cela un’economia sommersa che non accenna a scomparire. Il lavoro nero è una piaga che affligge il Sud da decenni, ma negli ultimi anni ha assunto proporzioni ancora più preoccupanti. Crisi economica, pressione fiscale, burocrazia opprimente e controlli insufficienti hanno spinto migliaia di persone a cercare soluzioni fuori dalle regole, […]

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Nel cuore del Mezzogiorno si cela un’economia sommersa che non accenna a scomparire. Il lavoro nero è una piaga che affligge il Sud da decenni, ma negli ultimi anni ha assunto proporzioni ancora più preoccupanti. Crisi economica, pressione fiscale, burocrazia opprimente e controlli insufficienti hanno spinto migliaia di persone a cercare soluzioni fuori dalle regole, in un sistema che, sebbene illegale, è ormai radicato nella quotidianità.

Un fenomeno che non si ferma

Non servono grandi numeri per capire l’entità del problema: basta camminare per le strade di Palermo, Napoli o Bari e ascoltare le storie di chi lavora senza tutele, senza contributi, senza garanzie. C’è il muratore che viene pagato in contanti a fine settimana, il cameriere che riceve metà stipendio fuori busta, la donna delle pulizie che guadagna dieci euro l’ora senza nessun contratto. E poi ci sono i braccianti agricoli, spesso stranieri, costretti a raccogliere pomodori per pochi euro sotto il sole cocente.

Per molti, il lavoro nero è l’unica possibilità. “Meglio questo che niente”, dicono in tanti, consapevoli di essere parte di un meccanismo che li lascia vulnerabili. Nessuna tutela in caso di malattia, nessun diritto alla pensione, nessuna garanzia di continuità. Se il datore di lavoro decide di non pagarli, difficilmente potranno far valere i propri diritti.

Il fenomeno non è limitato a settori storicamente colpiti come l’edilizia e l’agricoltura. Negli ultimi dieci anni, il lavoro irregolare si è diffuso anche nei servizi: negozi, ristoranti, assistenza domiciliare. Anche alcune start-up e piccole imprese, schiacciate dalla concorrenza e dal peso fiscale, ricorrono a contratti fantasma pur di sopravvivere.

Perché il lavoro nero è così diffuso?

Il problema del lavoro nero nel Sud Italia ha radici profonde. Da un lato, c’è la necessità di lavorare a tutti i costi: con un tasso di disoccupazione spesso superiore alla media nazionale, accettare un impiego irregolare è meglio che restare senza nulla. Dall’altro lato, c’è il peso delle tasse e della burocrazia, che scoraggia molte aziende dal regolarizzare i dipendenti. “Se pagassi tutto quello che dovrei, dovrei chiudere domani”, confessano molti imprenditori, spiegando come il sistema fiscale renda difficile la sopravvivenza di chi non ha grandi capitali alle spalle.

Ma c’è anche un fattore culturale. Il lavoro nero è spesso visto come una normalità, una “zona grigia” tollerata da tutti. Molti lavoratori accettano questa condizione perché l’hanno vissuta da sempre e non credono che il sistema possa cambiare.

I rischi per i lavoratori e per l’economia

Se da un lato il lavoro nero permette a migliaia di persone di avere un reddito, dall’altro rappresenta una minaccia per l’intera economia. Ogni lavoratore non dichiarato è un contributo mancato per il sistema pensionistico, per la sanità, per i servizi pubblici. L’evasione fiscale legata al lavoro nero pesa miliardi sulle casse dello Stato, alimentando un circolo vizioso in cui i pochi che pagano le tasse si trovano a dover sostenere un peso ancora maggiore.

Ma il rischio più grande è per i lavoratori stessi. Senza contratto, un infortunio può diventare un dramma, senza contributi il futuro è incerto. Per le donne, il problema è ancora più grave: molte lavoratrici domestiche e badanti vengono sfruttate senza possibilità di denuncia, con la paura costante di perdere il poco che hanno.

Cosa si può fare?

Contrastare il lavoro nero non è semplice, ma non è nemmeno impossibile. Servono controlli più efficaci, ma da soli non bastano: è necessario rendere più conveniente per le aziende assumere regolarmente, riducendo il costo del lavoro e snellendo le procedure burocratiche. Anche i lavoratori devono essere messi nelle condizioni di poter rifiutare il lavoro irregolare, attraverso misure di sostegno, percorsi di formazione e opportunità concrete di inserimento nel mercato legale.

Ma la vera sfida è culturale. Bisogna scardinare l’idea che il lavoro nero sia una necessità inevitabile, un compromesso accettabile per “sbarcare il lunario”. Accettarlo significa rinunciare ai propri diritti e ipotecare il futuro. Finché questa mentalità non cambierà, il Sud resterà ostaggio di un sistema che penalizza i più deboli e frena lo sviluppo. E finché il lavoro sarà nero, anche il futuro di troppi giovani continuerà ad esserlo.

Chiara Vitone

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Rivoluzione green, comanda il Sud Italia https://www.lavocedelsud.org/rivoluzione-green-comanda-il-sud-italia/ https://www.lavocedelsud.org/rivoluzione-green-comanda-il-sud-italia/#respond Mon, 03 Mar 2025 10:56:01 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=9270 La rivoluzione green è la chiave per dare un futuro al nostro Pianeta. L'Italia è all'avanguardia nel settore rinnovabili, grazie alla lungimiranza e alle naturali peculiarità del Sud.

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Rivoluzione green è tra i concetti più utilizzati ed abusati nel nuovo millennio. In realtà, l’esigenza di puntare ad un’economia e, più in generale, ad una società sempre più sostenibile non è una peculiarità dei nostri giorni. Prima dei vari attivisti “alla Greta Thunberg”, infatti, un tale Norman Borlaug si era posto il problema derivante dai canonici metodi di produzione agricola.

Nel 1944 questi scoprì diverse varietà di piante in grado di soddisfare il fabbisogno alimentare delle aree più in difficoltà del Pianeta. Il suo modello ebbe fortuna soprattutto in Asia e nel Centro-Sud America. I suoi studi gli valsero il Premio Nobel per la Pace nel 1970.

Intanto i principi esposti dallo scienziato statunitense si instillavano nelle menti delle generazioni future arrivando ad esprimere il paradigma fondamentale per la prosecuzione della vita sulla Terra: rivoluzione green + energie rinnovabili = futuro.

Così, dopo un necessario excursus storico, ci addentriamo nella trattazione principale partendo proprio dalle fonti rinnovabili, ovvero dai tipi di energia in grado di rigenerarsi naturalmente nel tempo ed inesauribili.

Rivoluzione green: la situazione in Italia

Da almeno un decennio in Italia si parla di pale eoliche, di pannelli solari; tutti strumenti utili a contribuire alla svolta “verde”, chiave del progetto europeo “Next Generation EU“. Ebbene, secondo il rapporto Terna 2024 il nostro Paese ha raggiunto la copertura record di fonti rinnovabili, con una percentuale del 41,2%. Secondo l’indagine in questione la produzione fotovoltaica, nello specifico, ha toccato un livello storico appaiando così le fonti rinnovabili a quelle fossili sulla scala del fabbisogno elettrico nazionale.

A trainare la svolta verso la sostenibilità è, a ben vedere, il Sud Italia. Quest’area è al terzo posto nella classifica che individua le zone più strategiche ed evolute del Mediterraneo; fiori all’occhiello sono, ad esempio, San Giovanni a Teduccio (Campania), dove è sorta la prima comunità energetica solidale italiana, con l’obiettivo di aiutare le famiglie più povere ed ancora, Villetta Barrea (Abruzzo), dove è stato realizzato il primo progetto di “comunità ad impatto quasi zero” riqualificando una piccola centrale idroelettrica grazie al contributo attivo dei cittadini. Come dimenticare poi la Puglia, regione che prevede nel proprio ordinamento una legge ad hoc per incentivare la nascita di comunità energetiche.

Si noti, inoltre, la lungimiranza dei governi del Mezzogiorno; nel 2013, infatti, il nostro amato Meridione era già leader nel settore eolico, grazie agli allora 6mila impianti circa dislocati soprattutto in Puglia.

Il Sud Italia a capo della svolta rinnovabile: ecco perché

Perché, ci si chiede, questa rivoluzione avanguardistica ha trovato così tanto terreno fertile proprio nella zona d’Italia considerata proverbialmente la “ruota di scorta” dell’economia nazionale? Visione futuristica dei governatori, ma anche e soprattutto risorsa solare. Questa naturale peculiarità del nostro Sud ha, senza dubbio, contribuito ad accelerare lo scatto del Bel Paese verso la svolta green. Del resto, il clima naturalmente mite delle regioni meridionali fa invidia a molti!

Certo, la rivoluzione è ancora in atto. L’obiettivo posto per il 1° gennaio 2030, le emissioni zero, è tanto vicino quanto tutt’altro che raggiunto. Indubbiamente, però, l’Italia si presenta sul rettilineo finale in una posizione di assoluto vantaggio e ciò lo deve, come esposto dai dati (carta canta), alla progressione dei propri corridori meridionali. Anche se, probabilmente, saliti sul carro del vincitore saranno tutti omologati, c’è chi terrà sempre ben in mente i nomi dei costruttori del carro.

Felice Marcantonio

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Giovani Campani: Tra sogni di successo al Nord e la sfida di crescere al Sud https://www.lavocedelsud.org/sogni-al-nord-e-la-sfida-di-riscoprire-il-futuro-al-sud/ https://www.lavocedelsud.org/sogni-al-nord-e-la-sfida-di-riscoprire-il-futuro-al-sud/#respond Mon, 13 Jan 2025 11:00:19 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=9184 Negli ultimi decenni, la Campania ha visto un numero crescente di giovani talenti lasciare la regione. Secondo i dati ISTAT, tra il 2015 e il 2023 oltre 200.000 giovani di età compresa tra i 18 e i 34 anni si sono trasferiti altrove. Le principali mete sono le città del Nord Italia, come Milano, Bologna […]

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Negli ultimi decenni, la Campania ha visto un numero crescente di giovani talenti lasciare la regione. Secondo i dati ISTAT, tra il 2015 e il 2023 oltre 200.000 giovani di età compresa tra i 18 e i 34 anni si sono trasferiti altrove. Le principali mete sono le città del Nord Italia, come Milano, Bologna e Torino, o capitali europee come Berlino, Londra e Amsterdam. Il fenomeno si è intensificato a causa delle difficoltà economiche e della cronica mancanza di opportunità nel Mezzogiorno, ma le ragioni vanno oltre.

Le motivazioni che spingono i giovani a partire

A spingere i giovani campani verso altre destinazioni sono la ricerca di condizioni di lavoro migliori, stipendi più competitivi e una maggiore meritocrazia. Molti di loro sono altamente qualificati, spesso laureati in discipline STEM (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica), economia o sanità, ma trovano difficoltà nel tradurre il proprio percorso di studi in un lavoro stabile e ben retribuito nella loro terra d’origine.

Oltre agli aspetti economici, pesa anche il desiderio di un ambiente più dinamico, con opportunità di crescita professionale e maggiore attenzione all’innovazione. Al Nord e all’estero, infatti, la percezione è che il talento venga riconosciuto e valorizzato più rapidamente, mentre nel Sud Italia molti giovani denunciano un sistema poco meritocratico e dominato da relazioni personali o logiche di raccomandazione.

South working: una nuova opportunità per il Sud

Nonostante il fenomeno dell’emigrazione giovanile continui, negli ultimi anni si è affermata una tendenza opposta, il “south working”. Questa pratica, favorita dall’espansione del lavoro da remoto durante la pandemia, consente a molti giovani di lavorare per aziende situate al Nord o all’estero, ma rimanendo fisicamente nel Sud Italia.

Il south working offre numerosi vantaggi: i giovani possono godere del calore familiare, di una qualità della vita spesso migliore e di un costo della vita inferiore rispetto al Nord. Inoltre, questa pratica ha portato nuova vitalità in alcune aree del Sud, con un ritorno della popolazione attiva che investe nei territori locali. Tuttavia, il south working non è privo di sfide. Per essere pienamente sostenibile, richiede infrastrutture digitali adeguate, spazi di coworking diffusi e politiche che supportino il lavoro da remoto.

Le prospettive future: trattenere i talenti e favorire il rientro

Se da un lato il south working rappresenta un’opportunità per trattenere i giovani, dall’altro non può essere la soluzione definitiva alla fuga dei talenti. Per invertire realmente la tendenza, la Campania deve investire in politiche strutturali: infrastrutture moderne, incentivi per le imprese locali, innovazione tecnologica e una forte attenzione al capitale umano.

Solo attraverso un cambiamento sistemico sarà possibile non solo trattenere i giovani talenti, ma anche attrarne di nuovi. La speranza è che la Campania e il Sud Italia possano diventare territori dove i giovani non debbano più scegliere tra il sogno di una carriera e il desiderio di rimanere nella propria terra.

Loredana Zampano

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ZES unica per il Sud: ecco perché non c’è da festeggiare https://www.lavocedelsud.org/zes-unica-per-il-sud-ecco-perche-non-ce-da-festeggiare/ https://www.lavocedelsud.org/zes-unica-per-il-sud-ecco-perche-non-ce-da-festeggiare/#respond Mon, 02 Oct 2023 10:00:00 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=8187 La ZES unica è realtà. Dal 1° gennaio 2024 un'unica cabina di regia guiderà il processo di sviluppo economico del Mezzogiorno. Bene o male?

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Con un decreto approvato in data 19 settembre 2023 il Parlamento italiano ha dato il via libera all’istituzione di una ZES (Zona Economica Speciale) unica per tutto il Sud Italia.

Già in passato, quando la proposta portata avanti dal ministro Raffaele Fitto era in odore di “promozione”, avevamo espresso in questa sede diverse perplessità circa i reali benefici che una scelta del genere potrà effettivamente apportare nei territori economicamente più arretrati del nostro Paese (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sicilia e Sardegna).

ZES unica: quali criticità?

Una prima e seria preoccupazione riguarda proprio il principio alla base della ZES unica, vale a dire l’uniformità delle diverse regioni in questione. In breve, come è possibile prendere una decisione comune che vada incontro ai bisogni specifici delle singole aree del Mezzogiorno?

Il detto secondo cui tutto il mondo è Paese vale fino ad un certo punto e non sembra proprio questo il caso. Negli ultimi anni, infatti, anche grazie a specifiche politiche regionali alcune aree hanno conosciuto un notevole sviluppo, trainato principalmente dal settore del turismo.

Si pensi al caso specifico della Puglia, divenuta ormai meta privilegiata dei visitatori nazionali e stranieri. La regione in questione colleziona numeri importanti di presenze non solo in estate ma anche nelle altre stagioni. Tutto ciò permette la fioritura di diverse attività imprenditoriali che fanno del tacco dello Stivale “la Lombardia del Sud”.

Purtroppo la Puglia (specie il barese e il Salento) è ad oggi un caso isolato, una stella brillante certamente più delle altre della stessa costellazione. Ecco allora che torniamo al fulcro del discorso. Sarà possibile pensare a politiche di sviluppo comuni tanto per una regione in rampa di lancio quanto per le altre zoppicanti sorelle?

Perché, in definitiva, è questo il principale nodo da sciogliere dal 1° gennaio 2024, quando verrà istituita una sola cabina di regia atta a prendere in carico le diverse richieste dei singoli enti per agevolare lo sviluppo economico del Mezzogiorno.

Sulla carta questo compito è certamente nobile, decisamente utopistico oseremo dire. Si pensi infatti (e qui veniamo al secondo problema) che fino a poco tempo fa, quando molteplici erano le ZES sparse nel Sud Italia, numerosi sono stati gli intoppi burocratici incontranti da varie aziende che avevano espresso la volontà di investire sul territorio.

Il Governo per far fronte alla questione ha deciso di consegnare ad un’unica mano una responsabilità molto grande. Siamo proprio sicuri che ciò sia la soluzione? Ai posteri l’ardua sentenza!

Felice Marcantonio

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ZES unica per il Sud Italia: medicina o palliativo? https://www.lavocedelsud.org/zes-unica-per-il-sud-italia-medicina-o-palliativo/ https://www.lavocedelsud.org/zes-unica-per-il-sud-italia-medicina-o-palliativo/#respond Mon, 17 Jul 2023 10:00:00 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=8072 Il ministro Fitto propone l'istituzione di una ZES unica per il Sud Italia. Ma cosa sono le zone economiche speciali, come nascono, quali benefici portano e quali intoppi incontrano?

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Giovedì 13 luglio: il ministro per gli affari europei Raffaele Fitto propone a Bruxelles di istituire un’unica Zes (Zona Economica Speciale) valida per tutto il Sud Italia. La richiesta viene accolta “positivamente”.

In molti, ascoltando o leggendo la notizia, si sono chiesti cosa siano in pratica queste “aree speciali”, come funzionano attualmente, quali benefici hanno portato e in cosa consiste sostanzialmente questa possibile, probabile modifica.

Cosa sono le ZES?

Ebbene, con questo termine si identificano zone geografiche particolarmente svantaggiate ed arretrate dal punto di vista economico e che, attraverso degli incentivi forniti alle aziende operanti sul territorio, possono accelerare nel processo di sviluppo.

Non è un’invenzione tutta europea e nemmeno recente. Basti pensare che già negli anni trenta videro la luce le prime ZES negli Stati Uniti, idea che raccolse poi terreno sempre più fertile arrivando fino in Cina a fine anni ’70. Proprio nel Paese asiatico i benefici derivanti dall’adozione di questa misura speciale risultarono particolarmente rilevanti, peraltro in un lasso di tempo piuttosto breve.

In Europa le ZES sono poco più di 90 (attualmente). Nell’epoca della tanto agognata svolta green i progetti risalenti a queste aree speciali danno vita, in generale, a realtà ecosostenibili e tecnologicamente avanzate.

Il caso italiano

Nel nostro Paese le ZES si concentrano quasi interamente a Sud (anche perché tra i requisiti fondamentali c’è la presenza di almeno un’area portuale nella zona di riferimento), con l’Abruzzo che gioca un ruolo di primo piano se consideriamo le idee effettivamente messe in atto.

Merito del Comitato d’Indirizzo regionale gestito da un Commissario Straordinario che si occupa del coordinamento dei lavori (come previsto dal “Piano Sud 2030”).

A ben vedere le norme riguardanti le ZES italiane, il nostro governo prevede un impegno di almeno dieci anni da parte delle imprese che scelgono di investire nelle aree economiche speciali. Garanzia, in linea di massima, di successo. Peccato, però, che bisogna sempre fare i conti con un giudice piuttosto ostruzionista, ovvero la burocrazia.

ZES unica: medicina o palliativo?

Alla luce di quest’ultimo aspetto ci si chiede se fare di tutta l’erba un fascio possa effettivamente portare ad un miglioramento oppure ad una stagnazione generale.

Analizzando (come fatto sommariamente in questa sede) la genesi delle ZES, indubbiamente possiamo ritenerlo un valido strumento per ridurre, nella fattispecie, l’eterno divario tra il Nord e il Mezzogiorno. Bisogna altresì mantenere l’onestà intellettuale ed affermare che tra il dire e il fare spesso c’è di mezzo un mare piuttosto esteso.

Il Sud, come ribadito più volte dalla voce del sottoscritto e di altri terroni di professione, ha bisogno di politiche serie, sostenibili, realizzabili in tempi ragionevolmente brevi. In riferimento al discorso di cui sopra, forse sarebbe meglio potenziare la macchina organizzativa ed attuativa che già è in essere, tenendo dunque ben distinte regioni che portano pur sempre nomi diversi (e ci sarà una ragione).

Un consiglio più che appassionato che non troverà alcun approdo ma che la penna del sottoscritto sentiva comunque in dovere di mettere per iscritto.

Felice Marcantonio

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Non solo tormentoni https://www.lavocedelsud.org/non-solo-tormentoni/ https://www.lavocedelsud.org/non-solo-tormentoni/#respond Tue, 27 Jun 2023 10:00:00 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=7995 Dal fenomeno Tedua a Geolier e Shiva, fino a Fedez, Articolo 31 e Annalisa.La corsa al tormentone estivo è aperta, seppur l’avvento negli ultimi anni della musica in streaming abbia fatto ramificare gli ascolti in ambiti sempre diversi trasformando il tormentone nel brano più girato in radio, ma non necessariamente il più ascoltato in assoluto. […]

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Dal fenomeno Tedua a Geolier e Shiva, fino a Fedez, Articolo 31 e Annalisa.
La corsa al tormentone estivo è aperta, seppur l’avvento negli ultimi anni della musica in streaming abbia fatto ramificare gli ascolti in ambiti sempre diversi trasformando il tormentone nel brano più girato in radio, ma non necessariamente il più ascoltato in assoluto.

Se guardiamo alla Top10 di Spotify aggiornata al 26 Giugno 2023, le prime quattro posizioni sono occupate dal prolifico Tedua (le sue canzoni occupano 8 posizioni diverse nella Top50), Drillionaire (con Sfera Ebbasta, Lazza e Blanco), AVA (con Anna e Capo Plaza) e Shiva.
Cinque o sei autori per ogni brano con un vocabolario di sole 30/40 parole comprese le preposizioni semplici e i ricercati inglesismi baby, cash e love uniti ai vari marchi di automobili di lusso rendono possibile scrivere canzoni ascoltate da milioni di persone. Se in passato molti si sarebbero indignati (me compreso), ormai personalmente mi trovo nella condizione di far loro i complimenti per il modo nel quale riescono a cogliere il gusto del giovane pubblico e a diventare imprenditori nonostante la giovane età.


Al quinto posto il professionista del tormentone, Fedez, che dopo le collaborazioni degli anni passati con Orietta Berti, Achille Lauro e Mara Sattei, torna riunendo sotto lo stesso tetto i riconciliati Articolo 31 e colei che è riuscita a “destagionalizzare” il tormentone con il brano Bellissima, Annalisa.
La stessa Annalisa occupa anche l’ottava posizione con Mon Amour.

In questa melassa musicale è giusto sottolineare la presenza dei Pinguini Tattici Nucleari con Rubami la Notte, gli unici capaci negli anni di rendersi più commerciali senza rinunciare all’originalità dei testi e in generale alla propria verve, oltre ai The Kolors, ultimamente non così brillanti.


Tuttavia per tutti coloro che come me ricercano sempre una strada alternativa, vengono in nostro soccorso alcuni artisti che quest’anno hanno scelto di fornire un taglio diverso alla loro canzone estiva.
Il primo è Tommaso Paradiso, che inaugura il proprio tour con “Amore Indiano”, scritta e cantata con i Baustelle, che anticipa la malinconia della fine dell’estate che fa da sfondo ad un addio (o forse arrivederci) di una coppia nata durante la bella stagione.
La stessa malinconia che ritroviamo nei maestri del contro-tormentone, Dimartino e Colapesce, con “Considera”, una riflessione che parte dal significato primordiale di “considerare” ovvero osservare le stelle per accorgerci dell’inutilità dell’essere umano e delle sue invenzioni come la politica e la religione.
Restiamo in Sicilia con Canzone d’Estate di Levante, brano contento nell’album “Opera Futura” pubblicato dopo la sua seconda partecipazione al Festival di Sanremo e che racconta di un amore finito alle porte dell’estate e degli strascichi che si portano i protagonisti di una relazione finita.
Tiziano Ferro segue questo filone con “Destinazione Mare”, un prodotto purtroppo piuttosto anonimo di un ottimo cantante che dopo aver scritto pagine importanti di musica italiana, sembra aver perso quella brillantezza.

In attesa di nuove uscite o di brani lanciati dalla diffusione sui social network, abbiamo già svariate canzoni che ci accompagneranno nelle serate estive e come abbiamo potuto vedere, non mancano delle alternative che soddisfano i gusti “meno commerciali”.

Antonio Montecalvo

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Natale: vivere la tradizione https://www.lavocedelsud.org/natale-vivere-la-tradizione/ https://www.lavocedelsud.org/natale-vivere-la-tradizione/#comments Fri, 23 Dec 2022 15:00:46 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=5515 Il Natale, le origini e gli aspetti del folklore Come ogni anno si avvicina il fatidico 25 dicembre con le corse ai regali, le passeggiate in centro per vedere gli addobbi, le luminarie e gli spettacoli itineranti. Vivere il Natale è profondamente importante non soltanto da un punto di vista spirituale, bensì lo è anche […]

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Il Natale, le origini e gli aspetti del folklore

Napoli, Fiera dei Presepi di San Gregorio Armeno

Come ogni anno si avvicina il fatidico 25 dicembre con le corse ai regali, le passeggiate in centro per vedere gli addobbi, le luminarie e gli spettacoli itineranti.

Vivere il Natale è profondamente importante non soltanto da un punto di vista spirituale, bensì lo è anche per ricordarci valori come la generosità e la condivisione che dovremmo tenere sempre a mente e dovrebbero accompagnarci nella vita di tutti i giorni.

Il Natale rappresenta un periodo sempre più difficile da vivere in maniera uguale per tutti poiché il divario tra ricchi e poveri è sempre più accentuato, materialismo e consumismo rappresentano una costante sempre più in crescita e le tradizioni, tutto sommato, ne sono diventate specchio e contenitore.

Le origini della ricorrenza

La nascità della festività non ha riscontrato pareri unanimi da parte degli storici.

La teoria più accreditata è che la data del 25 dicembre sia così fissata per fare coincidere la festa del Natalis Solis Invicti con la celebrazione della nascita di Cristo, indicato nel Libro di Malachia come nuovo “sole di Giustizia”; tuttavia, diversi autori cristiani attestano il fastidio e la riprovazione dei vertici della Chiesa nei confronti dei cristiani che, perpetuando le usanze pagane, manifestavano una venerazione nei confronti del Sole.

Secondo altri esperti, il solstizio d’inverno e il culto del Sol Invictus nel tardo impero romano hanno avuto un ruolo rilevante nell’istituzione e nello sviluppo del Natale, ma la festa non si sovrappone alle celebrazioni per il solstizio d’inverno e alle feste dei saturnali romani, in quanto questi ultimi duravano dal 17 al 23 dicembre. Ciò che è vero è che già nel calendario romano il termine Natalis veniva impiegato per molte festività, come il Natalis Romae (21 aprile), che commemorava la nascita dell’Urbe, e il Dies Natalis Solis Invicti, la festa dedicata alla nascita del Sole.

In Italia, partendo dalla diocesi di Milano, l’usanza di celebrare il Natale si diffuse intorno al IV secolo d.C.

Essendo, il nostro, un Paese legato alle tradizioni culinarie, si è assistito alla diffusione di pietanze tipiche del periodo come il panettone e pandoro tra i dolci, e lo zampone e il cotechino tra i cibi salati.

Il Natale al Sud

Vivere questa tradizione significa abbandonarsi completamente all’amore, compiere atti di gentilezza e solidarietà, sentirsi uniti ed empatici verso gli altri. E al Sud sappiamo bene come rendere l’idea.

Il Natale al Sud è caratterizzato da presepi e borghi in festa, come in Puglia a Locorotondo, Polignano e Monopoli, luoghi in cui spiccano presepi, mercatini natalizi e luminarie o in Campania con i celebri presepi di San Gregorio Armeno e tanti altri borghi calabresi come Camigliatello Silano , Cosenza e Catanzaro.

Ed è proprio dalla Calabria che proviene questa ballata:

C’era appuntu nu vecchiarellu,
caminava pe’ la via
e tirava lu somarellu,
supra a lu bastu purtava a Maria.


Eranu stanchi, ma dopu truvaru
‘na gritticeddha: vardaru e trasiru,
‘nu letticeddhu di pagghia cunzaru,
s’arripusaru, prigaru e durmiru.


A menza notti ‘nu pasturellu
chiamava: “Genti, curriti pi’ cca!”
Svegliava tuttu lu paisellu,
vuliva dari la novità.


Vitti ‘nd’o celu ‘na cosa chi brilla,
si spaventava e diciva: “ Chi fu ”.
Supra la grutta calava ‘na stilla,
l’angiulu dissi: “È natu Gesù”.


Cu’ l’aiutu di l’asinellu
e cu’ l’aiutu di Maria
respirava lu boicellu,
si scaldava lu Messia.

Il Natale è da sempre sinonimo di serenità, di famiglia, di amore, di tranquillità. Il Natale, in realtà, ha una doppia faccia perché serve a ricordare a chi si sente solo, quanto è solo. Eppure tutti facciamo parte di una comunità che ha una propria cultura.

Questa ci fa sentire parte di un qualcosa attraverso gesti, modi di pensare, tradizioni e canti. Questo sopra riportato è il testo di una delle canzoni popolari calabresi più diffusa in tutta la Calabria nel periodo natalizio.

Adattata ad ogni dialetto, A nascita du bambinuzzu descrive il momento della nascita di Gesù. Una scrittura semplice con frasi esigue ma di impatto arricchite da parole che sono segni, quelli della nascita del Messia.

Leggere questo testo significa leggere le sacre scritture, assaporare il vero odore del Natale e abbandonarsi al piacere della serenità. L’occasione del Natale rappresenta un motivo per rispolverare le tradizioni locali e regionali così da sentirci parte di un qualcosa, così da sentirci meno soli.

Dario del Viscio

Isabella Cassetti

Giusy Pannone

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Abusivismo: l’edilizia selvaggia del nostro Paese https://www.lavocedelsud.org/abusivismo-un-cancro-del-nostro-paese/ https://www.lavocedelsud.org/abusivismo-un-cancro-del-nostro-paese/#respond Mon, 19 Dec 2022 11:00:00 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=5462 Tutti abbiamo sentito parlare almeno una volta del fenomeno dell’abusivismo edilizio e conosciuto persone implicate in tale illecito, soprattutto al Sud: con tale terminologia si intende l’edificazione senza permesso di costruire o senza “dichiarazione di inizio attività” (DIA). Secondo i dati più recenti dell’Istat, quelli del 2021, la proporzione in Italia di abitazioni abusive è […]

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Tutti abbiamo sentito parlare almeno una volta del fenomeno dell’abusivismo edilizio e conosciuto persone implicate in tale illecito, soprattutto al Sud: con tale terminologia si intende l’edificazione senza permesso di costruire o senza “dichiarazione di inizio attività” (DIA).

Secondo i dati più recenti dell’Istat, quelli del 2021, la proporzione in Italia di abitazioni abusive è di 15,1 ogni 100 autorizzate. Un dato elevato anche se certamente meno preoccupante di quello registrato per circa dieci anni fino al 2015-2017, quando le abitazioni abusive erano stimate al 20% di quelle autorizzate.
È un segnale sicuramente positivo il fatto che l’indice di abusivismo sia sceso negli ultimi anni, ma l’ISTAT già lo scorso anno sottolineava la preoccupazione specialmente per la situazione del Mezzogiorno, dove “l’attività edificatoria continua a svolgersi nella parziale o completa illegalità“.

L’abusivismo nelle varie regioni d’Italia

Come abbiamo accennato, dunque, le abitazioni illegali si presentano perlopiù nelle regioni del Sud e delle Isole.
Lo scorso anno la Regione che ha registrato il maggior numero di edifici costruiti abusivamente è stata la Campania, con valori stabili tra i 40-60 (48.8 ogni 100) dal 2004 al 2021.
Segue poi, quasi con gli stessi numeri, la Calabria e Basilicata, mentre al terzo posto c’è la Sicilia.

Le regioni del Nord invece presentano un indice di abusivismo medio pari al 4.3%.

Abusivismo. Un cancro per il nostro Paese

L’Italia comunque è tra i primi Paesi al mondo per edilizia abusiva.
Per molti anni inoltre il governo è stato parecchio permissivo, offrendo poi occasioni di sanare la situazione, a livello legale, attraverso vari condoni.
Fino ad oggi ci sono state ben tre leggi sul condono:
• la prima risale al 1985 ed è la legge 47/85. Fu una legge varata dal governo Craxi-Nicolazzi e fu attuata a seguito del dilagare dell’abusivismo dopo il boom economico degli anni Sessanta.
• poi vi fu quella del 1994, legge numero 724
• e quella del 2003, la numero 326
A queste si aggiunge poi anche il “Decreto Genova” del 2018, che tra le misure per la ricostruzione del ponte Morandi ne prevedeva altre con le quali sanare gli abusi in tre comuni dell’isola di Ischia.

Nonostante le varie occasioni di condono e a distanza di trentasette anni dalla prima legge varata dal governo Craxi in Italia sono ancora molte, troppe le costruzioni abusive, anche a causa delle pratiche ancora inevase.

Quale sarebbe il destino di queste edificazioni?

È chiaro che si tratti di un illecito che può perciò assumere rilevanza amministrativa o penale. Tutti i soggetti individuati responsabili infatti possono incorrere nell’arresto e sono chiamati a pagare sanzioni pecuniare (fino a 51.645€) o piuttosto a farsi carico delle spese di demolizione delle opere realizzate.
Ancora, però, nelle regioni meridionali nella maggior parte dei casi l’abbattimento non avviene.

Quello che però molti sembrano non comprendere è che questo fenomeno che sembra inarrestabile nel nostro Paese presenti dei rischi per l’ambiente.
Assodato che a causa di costruzioni selvagge la bellezza paesaggistica venga sempre più compromessa, è importante sottolineare che il sacrificio del “verde” e in generale della natura ci rende più vulnerabili all’inquinamento e agli eventi atmosferici.

Non solo si compromette la bellezza del nostro Paese, ma anche la nostra sicurezza.

Il caso Casamicciola

I tragici eventi recenti avvenuti a Ischia, nel comune di Casamicciola, hanno riacceso i riflettori anche sul tema in analisi.
Proprio a Casamicciola, infatti, una casa su due è abusiva, con alcune situate in aree a rischio (frane e inondazioni).
L’ex sindaco dell’isola, l’ingegnere Giuseppe Conte, aveva infatti riferito di essersi rivolto al Commissario prefettizio, Regione e Città Metropolitana chiedendo lo stato di crisi a seguito dell’allerta arancione. Riferiva anche di avere segnalato i mancati interventi di bonifica e pulizia delle vie di ruscellamento. Incuria, mancati interventi ed eventi atmosferici di rilevante intensità sono stati alla base del crollo di alcune abitazioni travolte dal fango: proprio lì dove non avrebbe dovuto esserci.

Ci si interroga su di chi siano le colpe tra privati, enti locali e Stato. Di sicuro é che l’unica cosa da fare era seguire le regole, che purtroppo sia il cittadino che l’ente statale spesso dimenticano di rispettare.

Carmela Fusco

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Pnrr: quando ripresa e resilienza diventano piano nazionale https://www.lavocedelsud.org/pnrr-quando-ripresa-e-resilienza-diventano-piano-nazionale/ https://www.lavocedelsud.org/pnrr-quando-ripresa-e-resilienza-diventano-piano-nazionale/#respond Fri, 18 Nov 2022 11:00:00 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=5060 La ripresa del domani Nei primi mesi del 2020 l’Italia, come il resto del mondo, subì una durissima pandemia, che mise in ginocchio l’economia e permise, al contempo, di portare molti nodi al pettine, scoprendo diversi scheletri nell’armadio, celati da un velo di silenzi e rimandi, in particolar modo nel Mezzogiorno. A seconda del paese […]

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La ripresa del domani

Cala Batteria – centro storico di Monopoli

Nei primi mesi del 2020 l’Italia, come il resto del mondo, subì una durissima pandemia, che mise in ginocchio l’economia e permise, al contempo, di portare molti nodi al pettine, scoprendo diversi scheletri nell’armadio, celati da un velo di silenzi e rimandi, in particolar modo nel Mezzogiorno. A seconda del paese membro sono stati stanziati dei fondi, concretizzatisi in Italia con con il PNRR, acronimo di Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza o, in inglese, Recovery Plan.

La questione, in termini semplicistici, riguarda il cosiddetto sviluppo sostenibile, ovvero lo sviluppo che soddisfi sia le esigenze della generazione attuale che di quelle future. Tante sono le organizzazioni pubbliche e private che adottano i bilanci sociali o report di sostenibilità e misurano gli impatti generati dalle proprie attività economiche per essere in linea con gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite.

L’economia sostenibile non si orienta soltanto al profitto, ma al benessere e al miglioramento della qualità della vita.

Come mai “Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza”?

Il termine ripresa vuole indicare l’impatto economico e finanziario che intende determinare l’attuazione di questo Piano, che si propone di ricostruire un tessuto economico e sociale coniugando e incentivando le opportunità connesse alla transizione ecologica e digitale così da poter creare occupazione, migliorando al contempo la qualità del lavoro e i servizi di cittadinanza, in primis quelli incentrati sulla salute e sull’istruzione.

Il termine resilienza, in questo contesto, facendo riferimento alla proprietà dei materiali intende evidenziare le capacità di reazione a quanto accaduto insite in tutti gli attori (Stato, imprese, cittadini), la capacità di subire ricevendo il minimo danno intrinseco.

Le “missioni”

Il Piano si sviluppa intorno a tre assi strategici condivisi a livello europeo: digitalizzazione e innovazione, transizione ecologica, inclusione sociale.

Esso contiene le linee guida per un pacchetto di investimenti e riforme, con l’obiettivo di modernizzare la pubblica amministrazione, rafforzare il sistema produttivo e intensificare gli sforzi nel contrasto alla povertà, all’esclusione sociale e alle disuguaglianze.

Il PNRR si articola in 6 Missioni in linea con i 6 Pilastri del NGEU (digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastrutture per una mobilità sostenibile; istruzione e ricerca; inclusione e coesione; salute) e 16 Componenti.

Esse sono:

Missione 1 – Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura: si pone come obiettivo la modernizzazione digitale delle infrastrutture di comunicazione del paese, nella pubblica amministrazione e nel suo sistema produttivo, specialmente nel settore turistico.

Missione 2 – Rivoluzione verde e transizione ecologica: è volta a realizzare la transizione verde ed ecologica della società e dell’economia italiana coerentemente con il green deal europeo. Comprende interventi per l’agricoltura sostenibile e l’economia circolare, programmi di investimento e ricerca per le fonti di energia rinnovabili, lo sviluppo della filiera dell’idrogeno e la mobilità sostenibile.

Missione 3 – Infrastrutture per una mobilità sostenibile: si pone l’obiettivo di rafforzare ed estendere l’alta velocità ferroviaria nazionale e potenziare la rete ferroviaria regionale, con una particolare attenzione al Mezzogiorno.

Missione 4 – Istruzione e ricerca: punta a garantire le competenze e le capacità necessarie con interventi sui percorsi scolastici e universitari degli studenti. Sostiene il diritto allo studio e accresce la capacità delle famiglie di investire nell’acquisizione di competenze avanzate.

Missione 5 – Inclusione e coesione: comprende una revisione strutturale delle politiche attive del lavoro, un rafforzamento dei centri per l’impiego e la loro integrazione con i servizi sociali.

Missione 6 – Salute: riguarda il rafforzamento della rete territoriale e l’ammodernamento delle dotazioni tecnologiche del servizio sanitario nazionale.

Il Piano per la Regione Puglia

Per quanto riguarda, nello specifico, la regione Puglia può vantare eccellenti risultati, in quanto risulta in netto anticipo sulle tempistiche di attuazione del PNRR previste per il 31 dicembre 2022.

Sul piano occupazionale, infatti, si assiste alla presa in carico, la valutazione del percorso lavorativo e delle competenze e la stipula del patto di servizio per almeno 23.550 potenziali beneficiari del Programma GOL (Garanzia Occupabilità Lavoratori). Ad oggi le prese in carico hanno già raggiunto quota 24700.

Sul piano educativo, invece, è via all’approvazione dell’avviso pubblico rivolto ai nuclei familiari per l’accesso ai servizi educativi zero tre anni tramite l’utilizzo del “Buono educativo”. Trattasi di servizi inerenti asilo nido, micronido, nido aziendale, sezione primavera, centro ludico per la prima infanzia e servizi socio-educativi innovativi e sperimentali per la prima infanzia.

Notevole, infine, lo stanziamento di oltre 56 milioni di euro per il finanziamento di almeno 450 interventi di recupero conservativo di beni dell’architettura rurale: straordinaria è stata infatti in Puglia la risposta all’avviso pubblico a sportello, aperto il 19 aprile e chiuso il 15 giugno 2022, con quasi 1.100 istanze di finanziamento a fondo perduto.

In via eccellente la Puglia si candida, anche, come capofila su salute, ambiente e clima. Sostenibilità per l’ambiente e la salute dei cittadini nelle città portuali in Italia, Sistema Nazionale per il controllo e la sorveglianza dei chemicals a tutela della salute pubblica sono solo alcune delle voci proposte dalla regione levantina.

A quanto pare, la Puglia, forse anche grazie alla pandemia, sta riscoprendo le sue radici e la sua vocazione dinamica e propositiva, frutto di lunghi processi storici. E questo non può che farci sorridere.

Ad maiora, semper!

Dario del Viscio

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Il fascino senza tempo del Teatro San Carlo https://www.lavocedelsud.org/il-fascino-senza-tempo-del-teatro-san-carlo/ https://www.lavocedelsud.org/il-fascino-senza-tempo-del-teatro-san-carlo/#respond Fri, 04 Nov 2022 11:00:48 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=4877 Il 4 Novembre 1737 è la data che segna la nascita del Teatro San Carlo, considerato il teatro pubblico più antico d’Europa (e probabilmente del mondo), la cui inaugurazione e conseguente attività consacra l’Italia come protagonista dell’opera lirica nel mondo. La musica vocale e strumentale (non religiosa), che fino al sedicesimo secolo aveva trovato spazio […]

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Il 4 Novembre 1737 è la data che segna la nascita del Teatro San Carlo, considerato il teatro pubblico più antico d’Europa (e probabilmente del mondo), la cui inaugurazione e conseguente attività consacra l’Italia come protagonista dell’opera lirica nel mondo.

La musica vocale e strumentale (non religiosa), che fino al sedicesimo secolo aveva trovato spazio perlopiù nelle sale e nei palazzi dell’alta nobiltà dunque destinata ad un pubblico ristretto di ascoltatori, lasciò spazio all’ascesa di una nuova forma artistica trasversale che unì musica e recitazione, inspirata dalla riscoperta, seppur frammentaria, della tragedia greca.
La prima opera messa in scena della quale ci è pervenuta la partitura completa è l’Orfeo di Claudio Monteverdi, rappresentato a Mantova nel 1607.
Il bisogno di spazi più consoni alla messa in scena teatrale, unito ad una maggiore diffusione della musica nei ceti più popolari e di conseguenza alla necessità di strutture di maggior capienza, portò alla nascita dei primi teatri pubblici.

Costruito da Andrea Palladio nel 1565 e riprogettato in seguito ad un incendio, nel 1637 venne inaugurato a Venezia il San Cassino, prima struttura in Italia adibita a teatro in cui proprio Monteverdi nel 1641 terrà la prima de Il ritorno di Ulisse in patria.
Il San Cassino venne chiuso definitivamente nell’Ottocento e distrutto, per questo tutt’oggi il teatro più antico ancora in attività risulta essere il Teatro San Carlo di Napoli, inaugurato il 4 Novembre 1737 sotto il
regno di Carlo III di Borbone.

Esso fece parte di una più vasta opera di sviluppo urbanistico di stampo illuministico messo in atto da Carlo III, intenzionato a trasformare Napoli in una moderna città europea.
La direzione dei lavori fu affidata agli architetti Giovanni Antonio Medrano, colonnello brigadiere spagnolo di stanza a Napoli, e Angelo Carasale, i quali completarono in soli otto mesi l’imponente struttura della capienza di 1379 posti con una spesa di 75 mila ducati. (Una cifra odierna intorno ai 7,5 milioni di Euro). Venne eretto in una zona confinante con Piazza Plebiscito e a ridosso del lato nord del Palazzo Reale; i due edifici sono tuttora collegati da una porta, accessibile alle spalle del palco reale, il passaggio fu pensato perché il re potesse recarsi agli spettacoli senza essere costretto a uscire dal palazzo, evitando la folla.
Divenne modello per tutti gli altri teatri d’Europa e fu il centro dell’ascesa della cosiddetta Scuola Napoletana e successivamente, nell’Ottocento, dei capolavori di Rossini, Donizetti, Verdi e Mercadante.
Lo stesso anno Carlo III affidò ai due architetti, affiancati da Antonio Canevari, la realizzazione delle regge di Portici e Capodimonte.
Tra il 1809 e il 1812 i lavori di ristrutturazione vennero affidati ad un maestro del neoclassicismo come Antonio Niccolini, il quale diede al teatro la forma odierna e riuscì a riproporla nuovamente anche in seguito alla ricostruzione del 1816 dovuta ad un imponente incendio. (I teatri furono spesso colpiti da incendi probabilmente a causa delle fiaccole e delle lampade utilizzate per l’illuminazione).

All’inaugurazione del 12 gennaio 1817, fu presente lo scrittore Marie-Henri Beyle, noto come Stendhal, che scrisse: “Non c’è nulla, in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro ma ne dia la più pallida idea. Questa sala, ricostruita in trecento giorni, è un colpo di Stato. Essa garantisce al re, meglio della legge più perfetta, il favore popolare… Chi volesse farsi lapidare, non avrebbe che da trovarvi un difetto. Appena parlate di Ferdinando, vi dicono: ‘Ha ricostruito il San Carlo!'”

Dal 1995 il Teatro San Carlo è stato inserito dall’Unesco tra i monumenti Patrimonio dell’Umanità.

Antonio Montecalvo

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