attualità Archivi - La Voce del Sud https://www.lavocedelsud.org/tag/attualita/ “Se si sogna da soli, è un sogno. Se si sogna insieme, è la realtà che comincia. ” Fri, 10 Feb 2023 11:03:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.7.2 199277288 Emergenza rifiuti: presente e futuro https://www.lavocedelsud.org/emergenza-rifiuti-presente-e-futuro/ https://www.lavocedelsud.org/emergenza-rifiuti-presente-e-futuro/#respond Fri, 10 Feb 2023 11:00:00 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=6077 Come nasce l’emergenza rifiuti? Nel consumismo risiede il concetto del “lontano dagli occhi, lontano dal cuore” e quest’atteggiamento accompagna involontariamente ognuno di noi. L’immediata soddisfazione di bisogni comuni primari comporta, a seguito di nuovi stimoli generati dalla società, la necessità di comprare, comprare e comprare. Ma quali sono le conseguenze di anni di acquisti sfrenati? […]

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Come nasce l’emergenza rifiuti?

Nel consumismo risiede il concetto del “lontano dagli occhi, lontano dal cuore” e quest’atteggiamento accompagna involontariamente ognuno di noi.

L’immediata soddisfazione di bisogni comuni primari comporta, a seguito di nuovi stimoli generati dalla società, la necessità di comprare, comprare e comprare.

Ma quali sono le conseguenze di anni di acquisti sfrenati? Dove vanno gli scarti dei nostri oggetti desiderati?

La risposta corretta è: nella discarica, ma la situazione è più complessa.

Partiamo dallo Stato: come promette di muoversi? Sta cercando la risoluzione al problema?

Dando un’occhiata alle analisi dell’ISPRA (Istituto Superiore Protezione e Ricerca dell’Ambiente) ci si può rendere conto che la situazione potrebbe migliorare ma non risolversi.

La ripresa economica post-pandemia ha incrementato la produzione dei rifiuti urbani in maniera sproporzionata: dal 2020 il Pil è aumentato del 6,7% mentre i rifiuti nelle famiglie sono aumentati del 5,3%.

I rifiuti urbani differenziati rappresentano il 48,1% degli urbani totali, con un miglioramento di un punto rispetto a due anni fa. Durante la Cop27(Conferenza delle Nazioni Unite per i cambiamenti climatici), il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni ha comunicato l’obiettivo di giungere al 55% di rifiuti differenziati  entro il 2025.

Lo Stato sembra leggere positivamente questi ultimi dati (e tanti altri). Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza attraverso il progetto “Rivoluzione verde e transizione ecologica” prevede il finanziamento di 1,5 milioni di euro per la realizzazione di nuovi impianti di gestione dei rifiuti e l’ammodernamento di impianti preesistenti.

Inoltre sono state create iniziative relative agli impianti di trattamento e riciclo dei rifiuti urbani provenienti dalla raccolta differenziata: è previsto un investimento di 40 milioni di euro.

Si punta ad un’economia più green attraverso i Criteri Ambientali Minimi (CAM) che prevedono acquisti verdi per la PA, criteri per la cessazione della qualifica di rifiuto (End of Waste), sulla responsabilità estesa del produttore dei rifiuti e sul ruolo di consumatore.

La luce o il buio nel tunnel del cambiamento climatico?

Una tra le conseguenze negative del problema è l’eccessivo incremento di CO2 nel nostro ambiente, per questo il PNRR segna sull’agenda del 2030 la sua riduzione del 55% e fissa al 2050 una situazione di neutralità climatica.

La legge di bilancio 2023 prevede l’utilizzo di eco-compattatori per contenere la produzione di rifiuti di plastica garantito dal fondo “Programma sperimentale Mangiaplastica” di 6 milioni di euro prevista per l’anno corrente e 8 milioni di euro per il 2024.

Numerosi divulgatori, tra cui Andrian Fartade, affermano che se l’essere umano cessasse di inquinare oggi, il pianeta non smetterebbe di scaldarsi ancora per molto tempo. Le conseguenze del cambiamento climatico sarebbero visibili fra trecento anni. Questo confermerebbe la situazione di non ritorno.

La risoluzione utopica del problema avrebbe come conseguenze la cessazione delle attività economica, lo stop delle attività criminali per la gestione dei rifiuti e il corretto smaltimento dei rifiuti in accordo con i paesi aderenti al COP27.

La gestione dell’emergenza e le infiltrazioni mafiose

La burocrazia macchinosa rende complessa la materia dello smaltimento dei rifiuti in Italia. Non esistono ancora Enti interni allo Stato che possano amministrare il settore dei rifiuti.
Per questo la PA indice gare d’appalto – per la depurazione, la gestione e la messa in sicurezza dei carichi – ove il criterio che permette all’impresa di vincere è il prezzo del servizio emesso con una percentuale di ribasso che non permette la competizione con altre società.

Ed è così che le ecomafie s’infiltrano producendo mari di guadagni.
I reati avvengono durante la fase del trasporto e dello smaltimento dei rifiuti.
Alla base il produttore si occupa di dichiarare la falsa quantità o tipologia di rifiuti da smaltire.


Durante il trasporto è possibile dirottare la meta del carico o farlo sparire.
Questo succede lungo le cosiddette “rotta adriatica” e “rotta tirrenica” che trasferiscono dal nord i carichi verso la Puglia, Campania o Calabria. Ma l’Italia permette il passaggio di traffici internazionali di rifiuti che provengono dall’intera Europa con destinazioni come Paesi come la Somalia, la Romania, la Nigeria ed il Mozambico.

La seconda possibilità, relativa allo smaltimento, comporta il sotterramento in cave abusive e/o in capannoni o edifici abbandonati.

Durante le operazioni di smaltimento è possibile il verificarsi di truffe come la bancarotta fraudolenta o finte trasformazioni.

Quale sarà il NOSTRO futuro?

Per renderci conto del concreto danno ambientale in cui viviamo e della conseguente emergenza è necessario fermarsi su questo dato: nel 1999 in Italia sono stati prodotti 72 milioni di tonnellate di rifiuti, di questi, 11.2 milioni di tonnellate sono stati dispersi illegalmente nel nostro ambiente.
Questi dati non intervengono in modo rilevante nei numeri che studiano lo sviluppo dell’emergenza dei rifiuti stilata dall’Ispra.

Perciò l’emergenza rifiuti è un problema più complesso di quel che pensiamo, sono molti i fattori che lo compongono. Non basteranno cinquant’anni per rendere il nostro Paese un posto sicuro.
I danni da risolvere riguardano gli anni di mancato interesse verso l’amministrazione dei rifiuti, la leggerezza della gestione delle gare di appalto che ha permesso l’inclusione nel settore di un tarlo persistente, la diversa conduzione da parte di Paesi limitrofi che non collaborano con le stesse linee guida e la lentezza con cui si è inserito in Italia il sistema di raccolta differenziata.

Elena Zullo

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L’oro nero della Lucania https://www.lavocedelsud.org/loro-nero-della-lucania/ https://www.lavocedelsud.org/loro-nero-della-lucania/#respond Tue, 08 Feb 2022 16:44:00 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=1690 La Basilicata è il giacimento petrolifero più importante d’Italia, e (quasi) nessuno lo sa. Tranne i francesi. Cosa viene in mente all’italiano medio se dici: “Basilicata”? Immagini più o meno confuse, qualche montagna con un paesello minuscolo, vasti prati in fiore con qualche coltivazione di grano, i Sassi di Matera magari, qualcuno più astrusamente ti […]

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La Basilicata è il giacimento petrolifero più importante d’Italia, e (quasi) nessuno lo sa. Tranne i francesi.

Cosa viene in mente all’italiano medio se dici: “Basilicata”? Immagini più o meno confuse, qualche montagna con un paesello minuscolo, vasti prati in fiore con qualche coltivazione di grano, i Sassi di Matera magari, qualcuno più astrusamente ti parlerà, sommariamente, di Maratea.
Ma quasi nessuno saprà dirti o men che meno pensare, che la Basilicata è il giacimento petrolifero più vasto ed importante del paese.
Effettivamente la maggior parte delle risorse petrolifere che l’Italia consuma e utilizza, proviene dalla Libia e da altri paesi tra il Maghreb e l’Asia Minore, e ça va sans dire, associamo il petrolio a quelle zone della Penisola Arabica dove attualmente la maggior parte del petrolio mondiale viene estratto e trasportato.

Ma già dalla seconda metà dell’Ottocento, in alcune zone dell’Italia meridionale (specificamente Basilicata e Calabria), si cominciò a ricercare e scavare dei piccoli giacimenti per sopperire alla crescente domanda di risorse di idrocarburi coinvolte nello sviluppo industriale dell’Italia postunitaria. Durante alcuni eventi, come le Esposizioni Universali nel 1878, vennero mostrate agli industriali europei più facoltosi alcune ampolle di petrolio provenienti dalla Basilicata, ma dal momento in cui all’epoca si dava più importanza alla gomma e al ferro, il possibile decollo economico dell’Italia meridionale venne ridimensionato e, infine, completamente dimenticato.

Facciamo un salto di circa 40 anni. Con la crisi energetica del 1978-1979, che investì tutta l’Europa, molti paesi cominciarono a ricercare risorse alternative, anche perché a causa delle molte guerre scoppiate nei paesi arabi e nei paesi del Golfo in quel periodo, il petrolio cominciò ad essere estratto e trasportato a costi elevatissimi. In Italia si ricominciò a ricercare risorse naturali nazionali che potessero, in qualche misura, contenere i costi e aumentare i benefici, producendo petrolio e gas naturali “made in Italy”. La scelta ricadde sui giacimenti, già parzialmente presenti, nella Val d’Agri (specificamente la zona intorno al comune di Viggiano, in provincia di Potenza) per estrarre gas e petrolio che potessero assicurare una produzione nazionale e colmare in parte i costi onerosi che hanno sempre contraddistinto il trasporto di tali prodotti.

Ma non potrebbe mai essere una vera storia italiana senza colpi di scena e sfortune varie. Il disastroso terremoto del 1980, le varie crisi politiche e sociali degli anni ’80 e ’90, fecero in parte tramontare i sogni di una produzione completamente nostrana. Ma questa storia si trasforma in un film thriller internazionale, dal momento in cui la Francia si insinua in questo racconto come un vicino ficcanaso.

L’ENI, che aveva in gestione sin dagli anni ’70 i giacimenti di Viggiano, negli anni ’90 sigla una partnership con la Total, un colosso francese che si occupa di estrazione e produzione di idrocarburi, assicurando la continua operatività degli stabilimenti nella zona di Viggiano, con l’onerosa e (secondo me, nda) inaccettabile richiesta di portare il 70% della ricchezza che ne deriva in Francia, e il restante 30% all’Italia. Tanto fu, che alla fine l’azienda francese la spunta, non prima di estenuanti lotte a livello legale e sindacale, destinando quindi i 2/3 dei proventi alla Francia.
Ci sono moltissimi lavoratori qualificati che lavorano ed operano nella zona della Val d’Agri, portando comunque un minimo vantaggio economico alla zona (soprattutto per quanto riguarda il mercato immobiliare e, in una certa misura, il ripopolamento di zone notoriamente spopolate), seppur votando il proprio lavoro ed esperienza ad un’azienda francese, piuttosto che ad una italiana.

C’è inoltre un altro aspetto fondamentale, l’ambiente. Molte zone agricole e proprietà di cittadini della Val d’Agri sono state riconvertite in zone di estrazione, per aumentare la capacità operativa della zona petrolifera più estesa d’Italia. Il prezzo che ne paghiamo è, conseguentemente, un esteso deturpamento delle zone boschive ed agricole, così come quelle montane e delle vallate circostanti, dove si continua a “bucherellare”, sperando che l’oro nero possa zampillare.
La questione dei giacimenti petroliferi della Val d’Agri tocca vari punti dolenti e sempre presenti nel nostro amato Meridione: la salvaguardia dell’ambiente, l’emergenza lavorativa e la conseguente emergenza economica. E’ pur vero che questo tipo di attività porta ricchezza e benessere, seppur limitato, a una zona che altrimenti sarebbe assolutamente povera e disabitata, ma è altresì vero che bisogna bilanciare tra il benessere economico (che comunque avvantaggia di più i nostri amati-odiati cugini d’oltralpe) e la salvaguardia del patrimonio ambientale, magari riutilizzando i capitali che provengono da questo mercato di idrocarburi per potenziare l’agricoltura, l’industria turistica e il patrimonio paesaggistico della zona della Val d’Agri.  

Intanto, si continua ad estrarre, e si aspetta pazientemente che i vari governi (locali, regionali e nazionali) possano beneficiare maggiormente dei proventi, al tempo stesso onorando e ammirando la popolazione locale che pazientemente, si china sui campi di grano sperando che non vengano azzerati da un altro giacimento..

Alessandro Fusaro

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