Lo storico operaio e dirigente racconta la sua Portovesme

Questa è un’intervista ad una grande persona e un grande lavoratore: Giancarlo Carlini. Tempo fa il lavoro che si sceglieva ci definiva in toto, ci si identificava in quel lavoro perché si passava gran parte del proprio tempo a farlo ed è quello che è successo a Giancarlo, classe 1941. Carlini ha lavorato prima come vice caporeparto, poi da dirigente a Portovesme, un’azienda che ho raccontato in questo giornale in più articoli negli anni precedenti e che adesso sta vivendo momenti molto difficili.
Tu hai studiato a Cagliari chimica? Com’era studiare a Cagliari in quel periodo?
È stato un periodo entusiasmante, eravamo in pochi, quindi tra colleghi ci si conosceva molto bene. I professori erano buoni. Io mi sono iscritto all’università nel 1961 e all’epoca la Sardegna era in espansione dal punto di vista industriale. C’era l’industria a Porto Torres che era già attiva, la Saras vicino a Cagliari, quindi c’era un fermento importante e chi studiava materie scientifiche, aveva buone probabilità di lavorare. Ho scelto chimica perché mi interessava la materia e anche per poter lavorare dopo.
Quali sono state le tue prime esperienze lavorative?
Io mi sono laureato a giugno con due sessioni di anticipo perché avevo fretta di finire e sono partito militare a ottobre, un anno e tre mesi di militare e poi mi sono congedato il 31 dicembre del ‘67 e da gennaio lavoravo in una industria farmaceutica. Ho trovato subito quel lavoro ma non mi piaceva, i farmacisti e i medici sono persone venali, ma dopo tre anni ho trovato lavoro a Portovesme. Ho fatto il militare da allievo ufficiale a Sabaudia, da sergente a Mantova e da sottotenente a Mestre, mi hanno richiamato 2 volte dopo. Mi sono congedato col grado di capitano.
Per quanti anni hai lavorato a Portovesme? Da quando a quando?
Ho iniziato a lavorare a Portovesme a novembre del 1970, ho smesso di lavorare lì nel 1995, sono dovuto scappare da lì perché l’azienda padrona di Portovesme che era l’Eni all’epoca se ne voleva liberare e l’ha venduta alla società che c’è ancora oggi che è la Glencore. Non gli stavo particolarmente simpatico perché io gli sono andato contro, sono svizzeri, dei commercianti e hanno un sacco di industrie nel mondo, producono tre milioni di tonnellate di zinco. Portovesme ne produce 100.000 quindi appena hanno avuto l’occasione di buttare Portovesme lo hanno fatto come bere un bicchiere d’acqua, non gliene fregava niente. Quindi dopo che abbiamo avviato l’azienda, raddoppiata, curata, dopo 50 anni ha iniziato a fermarsi e quest’anno hanno chiuso l’ultimo forno. Portovesme produceva anche allumina da bauxite che appartiene a Euroallumina, era una catena di produzione ma questa è chiusa da tanto. Anche i lavoratori della Sider Alloys sono in cassaintegrazione. Nel luglio 2024 sembrava che le cose stessero migliorando ma non sono migliorate per niente, sono in una fase di stallo e non si sa quando finisce, il problema è sempre l’energia che costa troppo. Per produrre lo zinco ci vogliono 4 kilowatt per chilo, sono costi che non puoi comprimere, quindi se il prezzo dell’energia aumenta il prezzo dello zinco non ce la fa a seguirlo.
Le rinnovabili potrebbero supportare un’azienda del genere?
Non so quanto le energie rinnovabili possano valere l’investimento, non è giusto togliere soldi dalle bollette dei comuni mortali per finanziare le rinnovabili.
Per quanto stanno programmando in maniera brutale di mettere ad esempio l’eolico in mezzo al mare, a questo punto la Sardegna avrebbe una produzione di energia superiore al suo fabbisogno e consumo e quindi bisognerebbe fare un collegamento per smaltire tutta questa energia in più. È una speculazione che massacra la Sardegna dal punto di vista turistico e porta 800 posti di lavoro a Portovesme, indietro a noi sardi ci viene poco. Tutti i terreni agricoli andrebbero per il fotovoltaico, adesso la regione non vorrebbe che succedesse questo ma stanno pagando 10.000 euro a ettaro all’anno, quindi uno che zappa che ha 2 ettari di terreno si fa 20.000 euro all’anno, butta la zappa e si prende i soldi, sono decisioni difficili.
Di cosa ti occupavi?
Io ho fatto la gavetta a Portovesme, ho fatto il vice caporeparto, il capo della produzione, poi sono andato a Roma per fare il capo del progetto di raddoppio e ho finito la mia attività come manager dell’ottimizzazione della logistica e della ricerca. Il chimico l’ho fatto fino a quando sono stato capo della produzione, poi sono diventato più un capo della progettazione di zinco, piombo, acido solforico, mercurio, oro, argento. Io ho cercato fino alla fine di controllare più elementi possibili, quando me ne sono andato controllavamo 32 elementi. Il costo delle materie prime dipendeva dalle miscele che decidevamo di creare, tutto questo andava studiato, io partecipavo all’acquisto delle materie prime. Gli impianti metallurgici, termici hanno dei grossi problemi perché sono caldi, la temperatura alta porta usura, pericoli e scoppi. I miei figli non li ho visti crescere, era un lavoro molto impegnativo, l’ostracismo che è stato fatto a Portovesme mi ha portato ad essere in prima linea nella difesa di Portovesme. I confronti col sindacato e l’alta dirigenza erano bestiali perché pretendono delle cose che non si possono fare e allora devi difendere tutti. Bisogna tenere aperto Portovesme perché l’Italia in questo momento non produce un grammo né di piombo, né di zinco, né di argento, oro, acido solforico o mercurio e tutto questo lo acquista dall’estero, sono risorse strategiche.
Al livello di inquinamento, l’impianto con cui siamo partiti giustamente è stato fermato perché era arrivato al massimo della capacità di migliorare la sua condizione ambientale, per cui è stato sostituito da un impianto elettrolitico il quale poi aveva un sistema importante di riciclaggio del piombo all’interno.
C’erano dispositivi di protezione adeguati per maneggiare quel materiale?
Gli obblighi di indossare maschere antipolvere, guanti, scarpe da lavoro c’erano. Io le usavo, alcuni le usavano sempre, altri appena potevano se le toglievano, si fumava nelle zone polverose. Quando fumi e c’è polvere nell’aria, la punta della sigaretta raggiunge gradi altissimi quindi la polvere viene assorbita col fumo. Infatti, ai primi controlli medici che abbiamo fatto, tutti avevamo un livello di piombo nel sangue elevato, a quel punto è intervenuta la tecnologia, abbiamo fatto delle pulizie maggiori, le persone a cui veniva trovata alta concentrazione di piombo nel sangue veniva spostata di reparto in zone dove non c’era piombo ma zinco, abbiamo imparato a governare questi fenomeni. Tutto sommato i controlli sanitari erano fatti bene. Io ho avuto livelli di piombo alti nel sangue, ma non ho avuto conseguenze gravi al livello di salute per il lavoro che ho fatto. Non lavoravo 8 ore ma 13, 15. Ho avuto un grave infortunio alla mano destra, ero in fabbrica da 72 ore, senza riposo, perché c’era stato un grosso problema, stavo facendo un giro di controllo per controllare che tutto fosse finalmente in ordine, sono scivolato, ho messo la mano su un binario, e mi è passato un carrello sulla mano destra, me l’ha fracassata ma fortunatamente avevo i guanti e me l’ha tenuta in forma, non ho rotto i tendini, mi hanno messo un sacco di punti, non posso giocare a tennis ma almeno la mano ce l’ho. Quando hanno avvertito mia moglie di questo incidente le avevano detto che forse avrei perso la mano. Il lavoro in una fabbrica come quella è duro, non è per tutti. Ma tornassi giovane lo farei di nuovo, io ho difeso 800 posti di lavoro. Te ne racconto solo una col sindacato. Ad un certo punto hanno deciso di togliere dal pasto notturno la nutella, abbiamo fatto 15 giorni di sciopero per la nutella, l’azienda ha dato ordine ai capi di andare via dallo stabilimento, me compreso. Io ho detto che mi rifiutavo di lasciare i forni accesi con solo gli operai perché non sono in grado di gestirli. Da quel momento sono diventato il mediatore sotto traccia tra capi e operai. La nutella non gliel’hanno data ma gli hanno dato un corrispettivo in denaro per la nutella. I sindacati ci andavano contro, non puoi togliere un diritto acquisito senza contrattarlo. Ci sono tanti episodi, come la guerra fra Portovesme e gli stabilimenti in Calabria con di mezzo anche la ‘ndrangheta. Passeremo ore a parlarne di queste cose. Ad un certo punto i vecchi proprietari hanno trovato questa Glencore, dicono che Portovesme gli è stata venduta, ma da quello che so io hanno pagato perché se la prendessero. La Glencore ha chiuso la sede di Milano in cui c’erano 200 dirigenti, questa gente speculava su Portovesme, avrebbero dovuto farlo da prima. Lo stato dovrebbe gestire certe aziende per far si che non diventino un rifugio per gente raccomandata, devono dimostrare di essere attivi e questi raccomandati venivano a scocciare l’unica fonte di guadagno che c’era, cioè Portovesme, e quindi riduzione del numero di lavoratori, taglio sulle spese, tanto perché loro potessero mantenere un alto tenore di vita, sulle spalle di altri. È stata una dura battaglia ma abbiamo avviato impianti all’avanguardia che adesso rischiano di essere chiusi, abbiamo ricostruito un impianto che era stato distrutto da un’esplosione, quando c’è stato questo grosso problema, per fortuna con un solo ferito bruciato schiena e braccia. Io mi sono occupato di recuperare i soldi per la ricostruzione dell’impianto, abbiamo recuperato 38 miliardi di lire di allora, siamo riusciti a pagare il costo degli operai, a farci rimborsare la produzione perduta e ho dimostrato che l’incidente era dovuto non a un difetto di produzione o a un difetto di lavorazione ma a un guaio che non era controllabile da parte nostra. Abbiamo ricostruito quell’impianto in nove mesi, è stato un grande successo. Io ho conosciuto il mondo grazie alla mia azienda perché, la rappresentavo nei congressi, per conoscere nuove tecnologie. La mia vita è stata bellissima anche se impegnativa e devo tutto a mia moglie, Marilena Cau, perché ci siamo messi insieme quando ho iniziato l’università, da allora ho camminato con forza, spedito. Ero sempre attivo, mi sono occupato di politica, quando ho finito la carriera a Portovesme ho fatto l’amministratore delegato di un’azienda, ho fatto consulenza per la Edison. Le mie esperienze sono state importanti anche all’estero, sono andato in Giappone, ho visto l’Unione Sovietica fino al suo crollo, ho visto quei posti da dentro dalle fabbriche, io non potrò mai essere comunista perché so cosa hanno fatto. Ti racconto solo una cosa, in Bulgaria gli operai mangiavano sul posto di lavoro e i dirigenti erano in una sala con i camerieri, è inammissibile, io mangiavo in fabbrica con gli operai. Ho ammirato molto i giapponesi perché vestivano dal direttore all’operaio con una divisa, una tuta, tutti uguali, là c’è il rispetto, una cosa che noi non abbiamo tanto.
Giancarlo Carlini ha avuto una vita piena, intensa, a suo dire, bella e ben spesa. A 83 anni ha la voce vivace e la lucidità mentale, invidiabile, di un ventenne. Oggi vive a Selargius con sua moglie e vicino ai suoi figli.
Alessandra Cau
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