La Voce del Sud https://www.lavocedelsud.org/ “Se si sogna da soli, è un sogno. Se si sogna insieme, è la realtà che comincia. ” Wed, 02 Apr 2025 10:10:56 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.7.2 199277288 Intervista a Giancarlo Carlini https://www.lavocedelsud.org/intervista-giancarlo-carlini-lavoratore-portovesme/ https://www.lavocedelsud.org/intervista-giancarlo-carlini-lavoratore-portovesme/#respond Wed, 02 Apr 2025 10:10:02 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=9325 Lo storico operaio e dirigente racconta la sua Portovesme Questa è un’intervista ad una grande persona e un grande lavoratore: Giancarlo Carlini. Tempo fa il lavoro che si sceglieva ci definiva in toto, ci si identificava in quel lavoro perché si passava gran parte del proprio tempo a farlo ed è quello che è successo […]

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Lo storico operaio e dirigente racconta la sua Portovesme
In primo piano Giancarlo Carlini. Sullo sfondo un rappresentazione in 3d dell’ impianto prima della installazione dei nuovi impianti per lo zinco elettrolitica ed il piombo che dopo pochi anni porterà  alla fermata dei vecchi impianti.

Questa è un’intervista ad una grande persona e un grande lavoratore: Giancarlo Carlini. Tempo fa il lavoro che si sceglieva ci definiva in toto, ci si identificava in quel lavoro perché si passava gran parte del proprio tempo a farlo ed è quello che è successo a Giancarlo, classe 1941. Carlini ha lavorato prima come operaio, poi da dirigente a Portovesme, un’azienda che ho raccontato in questo giornale in più articoli negli anni precedenti e che adesso sta vivendo momenti molto difficili.

Tu hai studiato a Cagliari chimica? Com’era studiare a Cagliari in quel periodo?

È stato un periodo entusiasmante, eravamo in pochi, quindi tra colleghi ci si conosceva molto bene. I professori erano buoni. Io mi sono iscritto all’università nel 1961 e all’epoca la Sardegna era in espansione dal punto di vista industriale. C’era l’industria a Porto Torres che era già attiva, la Saras vicino a Cagliari, quindi c’era un fermento importante e chi studiava materie scientifiche, aveva buone probabilità di lavorare. Ho scelto chimica perché mi interessava la materia e anche per poter lavorare dopo.

Quali sono state le tue prime esperienze lavorative?

Io mi sono laureato a giugno con due sessioni di anticipo perché avevo fretta di finire e sono partito militare a ottobre, un anno e tre mesi di militare e poi mi sono congedato il 31 dicembre del ‘67 e da gennaio lavoravo in una industria farmaceutica. Ho trovato subito quel lavoro ma non mi piaceva, i farmacisti e i medici sono  persone venali, ma dopo tre anni ho trovato lavoro a Portovesme. Ho fatto il militare da allievo ufficiale a Sabaudia, da sergente a Mantova e da sottotenente a Mestre, mi hanno richiamato 2 volte dopo. Mi sono congedato col grado di capitano.

Per quanti anni hai lavorato a Portovesme? Da quando a quando?

Ho iniziato a lavorare a Portovesme a novembre del 1970, ho smesso di lavorare lì nel 1995, sono dovuto scappare da lì perché l’azienda padrona di Portovesme che era l’eni all’epoca se ne voleva liberare e l’ha venduta alla società che c’è ancora oggi che è la Glencore. Mi odiavano perché io gli ho fatto la guerra, sono svizzeri, dei commercianti e hanno un sacco di industrie nel mondo, producono tre milioni di tonnellate di zinco. Portovesme ne produce 100.000 quindi appena hanno avuto l’occasione di buttare Portovesme lo hanno fatto come bere un bicchiere d’acqua, non gliene fregava niente. Quindi dopo che abbiamo avviato l’azienda, raddoppiata, curata, dopo 50 anni ha iniziato a fermarsi e quest’anno hanno chiuso l’ultimo forno. Portovesme produceva anche allumina da bauxite che appartiene a Euroallumina, era una catena di produzione ma questa è chiusa da tanto. Anche i lavoratori della Sider Alloys sono in cassaintegrazione. Nel luglio 2024 sembrava che le cose stessero migliorando ma non sono migliorate per niente, sono in una fase di stallo e non si sa quando finisce, il problema è sempre l’energia che costa troppo. Per produrre lo zinco ci vogliono 4 kilowatt per chilo, sono costi che non puoi comprimere, quindi se il prezzo dell’energia aumenta il prezzo dello zinco non ce la fa a seguirlo.

Le rinnovabili potrebbero supportare un’azienda del genere?

Non so quanto le energie rinnovabili possano valere l’investimento, non è giusto togliere soldi dalle bollette dei comuni mortali per finanziare le rinnovabili.

Per quanto stanno programmando in maniera brutale di mettere ad esempio l’eolico in mezzo al mare, a questo punto la Sardegna avrebbe una produzione di energia superiore al suo fabbisogno e consumo e quindi bisognerebbe fare un collegamento per smaltire tutta questa energia in più. È una speculazione che massacra la Sardegna dal punto di vista turistico e porta 800 posti di lavoro a Portovesme, indietro a noi sardi ci viene poco. Tutti i terreni agricoli andrebbero per il fotovoltaico, adesso la regione non vorrebbe che succedesse questo ma stanno pagando 10.000 euro a ettaro all’anno, quindi uno che zappa che ha 2 ettari di terreno si fa 20.000 euro all’anno, butta la zappa e si prende i soldi, sono decisioni difficili.

Di cosa ti occupavi?

Io ho fatto la gavetta a Portovesme, ho fatto il vice caporeparto, il capo della produzione, poi sono andato a Roma per fare il capo del progetto di raddoppio e ho finito la mia attività come manager dell’ottimizzazione della logistica e della ricerca. Il chimico l’ho fatto fino a quando sono stato capo della produzione, poi sono diventato più un capo della progettazione di zinco, piombo, acido solforico, mercurio, oro, argento. Io ho cercato fino alla fine di controllare più elementi possibili, quando me ne sono andato controllavamo 32 elementi. Il costo delle materie prime dipendeva dalle miscele che decidevamo di creare, tutto questo andava studiato, io partecipavo all’acquisto delle materie prime. Gli impianti metallurgici, termici hanno dei grossi problemi perché sono caldi, la temperatura alta porta usura, pericoli e scoppi. I miei figli non li ho visti crescere, era un lavoro molto impegnativo, la guerra che è stata fatta a Portovesme mi ha portato ad essere in prima linea nella difesa di Portovesme. I confronti col sindacato e l’alta dirigenza erano bestiali perché pretendono delle cose che non si possono fare e allora devi difendere tutti. Bisogna tenere aperto Portovesme perché l’Italia in questo momento non produce un grammo né di piombo, né di zinco, né di argento, oro, acido solforico o mercurio e tutto questo lo acquista dall’estero, sono risorse strategiche.

Al livello di inquinamento, l’impianto con cui siamo partiti giustamente è stato fermato perché era arrivato al massimo della capacità di migliorare la sua condizione ambientale, per cui è stato sostituito da un impianto elettrolitico il quale poi aveva un sistema importante di riciclaggio del piombo all’interno.

C’erano dispositivi di protezione adeguati per maneggiare quel materiale?

Gli obblighi di indossare maschere antipolvere, guanti, scarpe da lavoro c’erano. Io le usavo, alcuni le usavano sempre, altri appena potevano se le toglievano, si fumava nelle zone polverose. Quando fumi e c’è polvere nell’aria, la punta della sigaretta raggiunge gradi altissimi quindi la polvere viene assorbita col fumo. Infatti, ai primi controlli medici che abbiamo fatto, tutti avevamo un livello di piombo nel sangue elevato, a quel punto è intervenuta la tecnologia, abbiamo fatto delle pulizie maggiori, le persone a cui veniva trovata alta concentrazione di piombo nel sangue veniva spostata di reparto in zone dove non c’era piombo ma zinco, abbiamo imparato a governare questi fenomeni. Tutto sommato i controlli sanitari erano fatti bene. Io ho avuto livelli di piombo alti nel sangue, ma non ho avuto conseguenze gravi al livello di salute per il lavoro che ho fatto. Non lavoravo 8 ore ma 13, 15. Ho avuto un grave infortunio alla mano destra, ero in fabbrica da 72 ore, senza riposo, perché c’era stato un grosso problema, stavo facendo un giro di controllo per controllare che  tutto fosse finalmente in ordine, sono scivolato, ho messo la mano su un binario, e mi è passato un carrello sulla mano destra, me l’ha fracassata ma fortunatamente avevo i guanti e me l’ha tenuta in forma, non ho rotto i tendini, mi hanno messo un sacco di punti, non posso giocare a tennis ma almeno la mano ce l’ho. Quando hanno avvertito mia moglie di questo incidente le avevano detto che forse avrei perso la mano. Il lavoro in una fabbrica come quella è duro, non è per tutti. Ma tornassi giovane lo farei di nuovo, io ho difeso 800 posti di lavoro. Te ne racconto solo una col sindacato. Ad un certo punto hanno deciso di togliere dal pasto notturno la nutella, abbiamo fatto 15 giorni di sciopero per la nutella, l’azienda ha dato ordine ai capi di andare via dallo stabilimento, me compreso. Io ho detto che mi rifiutavo di lasciare i forni accesi con solo gli operai perché non sono in grado di gestirli. Da quel momento sono diventato il mediatore sotto traccia tra capi e operai. La nutella non gliel’hanno data ma gli hanno dato un corrispettivo in denaro per la nutella. I sindacati ci andavano contro, non puoi togliere un diritto acquisito senza contrattarlo. Ci sono tanti episodi, come la guerra fra Portovesme e gli stabilimenti in Calabria con di mezzo anche la ‘ndrangheta. Passeremo ore a parlarne di queste cose. Ad un certo punto i vecchi proprietari hanno trovato questa Glencore, dicono che Portovesme gli è stata venduta, ma da quello che so io hanno pagato perché se la prendessero. La Glencore ha chiuso la sede di Milano in cui c’erano 200 dirigenti, questa gente speculava su Portovesme, avrebbero dovuto farlo da prima. Lo stato dovrebbe gestire certe aziende per far si che non diventino un rifugio per gente raccomandata, devono dimostrare di essere attivi e questi raccomandati venivano a scocciare l’unica fonte di guadagno che c’era, cioè Portovesme, e quindi riduzione del numero di lavoratori, taglio sulle spese, tanto perché loro potessero mantenere un alto tenore di vita, sulle spalle di altri. È stata una dura battaglia ma abbiamo avviato impianti all’avanguardia che adesso rischiano di essere chiusi, abbiamo ricostruito un impianto che era stato distrutto da un’esplosione, quando c’è stato questo grosso problema, per fortuna con un solo ferito bruciato schiena e braccia, io mi sono occupato di recuperare i soldi per la ricostruzione dell’impianto, abbiamo recuperato 38 miliardi di lire di allora, siamo riusciti a pagare il costo degli operai, a farci rimborsare la produzione perduta e ho dimostrato che l’incidente era dovuto non a un difetto di produzione o a un difetto di lavorazione ma a un guaio che non era controllabile da parte nostra. Abbiamo ricostruito quell’impianto in nove mesi, è stato un grande successo. Io ho conosciuto il mondo grazie alla mia azienda perché, la rappresentavo nei congressi, per conoscere nuove tecnologie. La mia vita è stata bellissima anche se impegnativa e devo tutto a mia moglie, Marilena Cau, perché ci siamo messi insieme quando ho iniziato l’università, da allora ho camminato con forza, spedito. Ero sempre attivo, mi sono occupato di politica, quando ho finito la carriera a Portovesme ho fatto l’amministratore delegato di un’azienda, ho fatto consulenza per la Edison. Le mie esperienze sono state importanti anche all’estero, sono andato in Giappone, ho visto l’Unione Sovietica fino al suo crollo, ho visto quei posti da dentro dalle fabbriche, io non potrò mai essere comunista perché so cosa hanno fatto. Ti racconto solo una cosa, in Bulgaria gli operai mangiavano sul posto di lavoro e i dirigenti erano in una sala con i camerieri, è inammissibile, io mangiavo in fabbrica con gli operai. Ho ammirato molto i giapponesi perché vestivano dal direttore all’operaio con una divisa, una tuta, tutti uguali, là c’è il rispetto, una cosa che noi non abbiamo tanto. Giancarlo Carlini ha avuto una vita piena, intensa, a suo dire, bella e ben spesa. A 83 anni ha la voce vivace e la lucidità mentale, invidiabile, di un ventenne. Oggi vive a Selargius con sua moglie e vicino ai suoi figli.

Alessandra Cau

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La prima pietra per il futuro culturale di Caivano https://www.lavocedelsud.org/la-prima-pietra-per-il-futuro-culturale-di-caivano/ https://www.lavocedelsud.org/la-prima-pietra-per-il-futuro-culturale-di-caivano/#respond Mon, 31 Mar 2025 10:00:42 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=9332 Con la posa della prima pietra, prende ufficialmente avvio la costruzione del nuovo Polo Culturale a Caivano, un simbolo di speranza e rinascita per la comunità locale. Questo ambizioso progetto, voluto dal governo, segna l’inizio di una nuova era per Caivano, destinata a trasformare la città in un centro vitale di cultura e aggregazione. Piano […]

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Con la posa della prima pietra, prende ufficialmente avvio la costruzione del nuovo Polo Culturale a Caivano, un simbolo di speranza e rinascita per la comunità locale. Questo ambizioso progetto, voluto dal governo, segna l’inizio di una nuova era per Caivano, destinata a trasformare la città in un centro vitale di cultura e aggregazione.

Piano Straordinario di Interventi Funzionali per il Territorio del Comune di Caivano

Il progetto fa parte del Piano Straordinario di Interventi Funzionali per il Comune di Caivano, un programma strategico volto a promuovere lo sviluppo del territorio e della comunità locale. Il Piano prevede interventi urgenti per la rigenerazione delle aree urbane degradate, migliorando il decoro urbano e realizzando attività di manutenzione e riqualificazione di spazi pubblici e strutture edilizie. Inoltre, include opere per potenziare la sicurezza territoriale e i servizi urbani, con particolare attenzione alla mobilità sostenibile e alla tutela ambientale.

Il polo culturale: una nuova fase di crescita

Il Polo Culturale sorgerà nell’area dell‘ex Auditorium Caivano Arte, una struttura costruita negli anni ’90 e ormai in disuso. La decisione di demolire l’edificio esistente e costruire una nuova infrastruttura risponde alla necessità di creare spazi moderni e funzionali, in grado di ospitare eventi culturali, musicali e teatrali di rilevanza regionale e nazionale

Il progetto, che prevede un investimento di 12 milioni di euro, includerà un auditorium da 500 posti, un’arena da 700 posti, sale multimediali polivalenti e spazi museali, tutti progettati nel rispetto delle normative ambientali e di sicurezza.

Un progetto per la comunità e per i giovani

La realizzazione del Polo Culturale non rappresenta solo un’opera infrastrutturale, ma un passo fondamentale nel processo di riqualificazione sociale di Caivano, simbolo di speranza e un’opportunità per la comunità. L’iniziativa rappresenta un’importante risposta alle sfide economiche e sociali che Caivano ha affrontato negli ultimi anni. La realizzazione del complesso è destinata a essere un volano di cambiamento per la città, generando nuove opportunità per i cittadini e rafforzando il legame tra la cultura e la comunità.

La Necessità di un Cambiamento Profondo

Tuttavia, il cambiamento duraturo e significativo a Caivano non può limitarsi alla costruzione di nuovi spazi fisici. I vari episodi incresciosi che spesso colpiscono la città hanno messo in luce un aspetto cruciale: ogni problema sociale è una questione culturale. Infatti, sebbene sia fondamentale garantire la sicurezza attraverso un maggiore controllo del territorio è altrettanto importante investire in cultura come strumento di educazione e inclusione.

Il programma avanzato dal governo è una risposta concreta e significativa. A questo si aggiungono l’invio di nuovi insegnanti, l’apertura delle scuole nel pomeriggio e la lotta alla dispersione scolastica, segno che il governo riconosce la cultura e l’educazione come strumenti di cambiamento sociale. Non basta però un intervento di emergenza; ci vuole una visione a lungo termine che comprenda l’importanza della cultura nella prevenzione e nella crescita di una comunità sana.

Il lungo cammino verso il cambiamento

Come dimostrano studi e ricerche, quando si investe in cultura, si ottengono risultati positivi in termini di riduzione della criminalità, miglioramento della qualità della vita e crescita economica. Tuttavia, questi cambiamenti richiedono tempo e soprattutto una consapevolezza politica.

La città ha bisogno di un risveglio culturale, di una presa di coscienza collettiva che sappia riconoscere nella cultura l’elemento chiave per la costruzione di un futuro diverso. Gli investimenti devono essere accompagnati da una visione a lungo termine che non si fermi ai primi risultati, ma continui a crescere per favorire un cambiamento duraturo.

Loredana Zampano

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La timidezza: da limite a potenziale! https://www.lavocedelsud.org/la-timidezza-da-limite-a-potenziale/ https://www.lavocedelsud.org/la-timidezza-da-limite-a-potenziale/#respond Fri, 28 Mar 2025 13:41:53 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=9282 Se riconosciuta e gestita con consapevolezza, la timidezza, non deve essere vista come un limite invalicabile. Al contrario, può rappresentare un'opportunità per sviluppare competenze uniche, promuovere la crescita personale e raggiungere obiettivi significativi.

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La timidezza è spesso percepita come un ostacolo che limita le opportunità sociali e professionali. Tuttavia, se compresa e gestita adeguatamente, può trasformarsi in un punto di forza.

Secondo uno studio pubblicato su State of Mind, la timidezza non è un disturbo né un tratto di personalità, ma può essere vista come una difficoltà nell’affrontare situazioni sociali, caratterizzata da componenti affettive, cognitive e comportamentali.

Questo significa che i sentimenti e le emozioni legate alla timidezza possono manifestarsi in sintomi fisici. I più comuni includono:

  1. Tensione muscolare
  2. Sudorazione
  3. Battito cardiaco accelerato
  4. Nausea o disturbi gastrointestinali
  5. Arrossire
  6. Secchezza della bocca

Un approccio che può aiutare a gestire queste emozioni è la pratica di tecniche di rilassamento, come la meditazione, il respiro profondo o la terapia cognitivo-comportamentale, che possono ridurre l’intensità dei sintomi fisici associati.

Storicamente, molte figure note hanno affrontato la timidezza, dimostrando che è possibile superarla e utilizzarla invece come trampolino di lancio. Un esempio emblematico è Susan Boyle, che ha incantato il pubblico con la sua partecipazione a “Britain’s Got Talent”, dimostrando che la riservatezza può coesistere con il successo straordinario.

Inoltre, la letteratura offre rappresentazioni di personaggi che affrontano la timidezza con determinazione. Il libro “Violetta la timida” di Giana Anguissola racconta la storia di una ragazza che, attraverso esperienze pratiche, riesce a superare le proprie insicurezze, trasformando la timidezza in un’opportunità di crescita personale.

Ricorda! Nessuno è immune da nulla! Ma è importante come tu reagisci!

Per coloro che desiderano affrontare la timidezza, è fondamentale riconoscere le proprie emozioni e lavorare sull’autostima. Strategie come l’esposizione graduale a situazioni sociali e la pratica di attività che rafforzino la fiducia in sé possono essere efficaci. Ad esempio, partecipare a gruppi o attività che interessano può facilitare l’interazione sociale e ridurre l’ansia.

In conclusione, la timidezza, se riconosciuta e gestita con consapevolezza, non deve essere vista come un limite invalicabile.

Al contrario, può rappresentare un’opportunità per sviluppare competenze uniche, promuovere la crescita personale e raggiungere obiettivi significativi.

di Myrea Francesca Fino

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Pet therapy: l’animale per la salute dell’uomo https://www.lavocedelsud.org/pet-therapy/ https://www.lavocedelsud.org/pet-therapy/#respond Sat, 22 Mar 2025 11:00:00 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=9322 Con il termine “pet therapy” si intende l’impiego di animali, come cani, gatti, cavalli e conigli, a scopo terapeutico o educativo, affiancando le cure tradizionali per favorire il benessere psicofisico di pazienti di ogni età. In Italia, questa pratica sta trovando sempre maggiore spazio, con un’attenzione particolare anche nelle regioni del Sud, dove si registrano […]

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Con il termine “pet therapy” si intende l’impiego di animali, come cani, gatti, cavalli e conigli, a scopo terapeutico o educativo, affiancando le cure tradizionali per favorire il benessere psicofisico di pazienti di ogni età.

In Italia, questa pratica sta trovando sempre maggiore spazio, con un’attenzione particolare anche nelle regioni del Sud, dove si registrano numerosi progetti e iniziative che coinvolgono scuole, ospedali e strutture per anziani.

Ad esempio, in alcune strutture ospedaliere della Campania sono stati avviati percorsi di pet therapy per i bambini ricoverati nei reparti pediatrici, con l’obiettivo di alleviare lo stress del ricovero e migliorare l’approccio alle cure. In Puglia, l’ippoterapia è stata inserita in diversi programmi di riabilitazione per persone con disabilità motorie e cognitive, ottenendo risultati molto positivi.

Ci sono vari tipi pet therapy: la terapia assistita (TAA) che è utilizzata come supporto a cure mediche e psicologiche; l’educazione assistita (EAA) rivolta alle scuole per favorire l’apprendimento ed il rispetto verso gli animali; l’attività assistita (AAA) ovvero interventi meno mirati come visite di cani nelle case di riposo.

Benefici e limiti

L’interazione con l’animale stimola la produzione di neurotrasmettitori e ormoni che influenzano positivamente la salute mentale e fisica del soggetto: rilascio di ossitona riduce lo stress e l’aumento di serotonina e dopamina porta ad un miglioramento dell’umore.

Inoltre, la presenza dell’animale porta ad abbassare la frequenza cardiaca e la pressione sanguigna, attivando il parasimpatico e inducendo il rilassamento.

La capacità di stimolare la funzione cognitiva ha anche suggerito l’impiego della pet therapy nei pazienti di Alzhaimer e autismo, così come la compagnia dell’animale favorisce la socializzazione e la motivazione nelle terapie.

Nonostante ciò occorre avere delle accortezze.

Infatti, una scorretta igiene dell’animale favorirebbe la possibile trasmissione di malattie zootiche, per cui è obbligatorio assicurarsi che l’animale sia controllato e vaccinato, oltre che accertarsi di non essere soggetti allergici.

Purtroppo è stato stimato che l’impiego della pet therapy implica anche costi molto elevati, in quanto la formazione degli animali e degli operatori richiede tempo e risorse economiche.

Inoltre, emerge la necessità di avere spazi adeguati che non tutte le strutture hanno.

Altro punto è che i benefici sono visibili ma temporanei, per cui occorre che vi sia un’applicazione costante nel tempo.

La pet therapy rappresenta una bellissima opportunità per migliorare lo stato di salute della persona, sia a scopo preventivo che curativo. Il suo sviluppo nel Meridione testimonia l’importanza di questa pratica, ma sarebbe necessario un maggior impegno per renderla accessibile. Con una maggiore sensibilizzazione potrebbe diventare una realtà vera e propria.

Claudia Coccia

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Lavoro nero al Sud: l’ombra che frena il futuro https://www.lavocedelsud.org/lavoro-a-nero-al-sud/ https://www.lavocedelsud.org/lavoro-a-nero-al-sud/#respond Mon, 17 Mar 2025 12:56:23 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=9315 Nel cuore del Mezzogiorno si cela un’economia sommersa che non accenna a scomparire. Il lavoro nero è una piaga che affligge il Sud da decenni, ma negli ultimi anni ha assunto proporzioni ancora più preoccupanti. Crisi economica, pressione fiscale, burocrazia opprimente e controlli insufficienti hanno spinto migliaia di persone a cercare soluzioni fuori dalle regole, […]

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Nel cuore del Mezzogiorno si cela un’economia sommersa che non accenna a scomparire. Il lavoro nero è una piaga che affligge il Sud da decenni, ma negli ultimi anni ha assunto proporzioni ancora più preoccupanti. Crisi economica, pressione fiscale, burocrazia opprimente e controlli insufficienti hanno spinto migliaia di persone a cercare soluzioni fuori dalle regole, in un sistema che, sebbene illegale, è ormai radicato nella quotidianità.

Un fenomeno che non si ferma

Non servono grandi numeri per capire l’entità del problema: basta camminare per le strade di Palermo, Napoli o Bari e ascoltare le storie di chi lavora senza tutele, senza contributi, senza garanzie. C’è il muratore che viene pagato in contanti a fine settimana, il cameriere che riceve metà stipendio fuori busta, la donna delle pulizie che guadagna dieci euro l’ora senza nessun contratto. E poi ci sono i braccianti agricoli, spesso stranieri, costretti a raccogliere pomodori per pochi euro sotto il sole cocente.

Per molti, il lavoro nero è l’unica possibilità. “Meglio questo che niente”, dicono in tanti, consapevoli di essere parte di un meccanismo che li lascia vulnerabili. Nessuna tutela in caso di malattia, nessun diritto alla pensione, nessuna garanzia di continuità. Se il datore di lavoro decide di non pagarli, difficilmente potranno far valere i propri diritti.

Il fenomeno non è limitato a settori storicamente colpiti come l’edilizia e l’agricoltura. Negli ultimi dieci anni, il lavoro irregolare si è diffuso anche nei servizi: negozi, ristoranti, assistenza domiciliare. Anche alcune start-up e piccole imprese, schiacciate dalla concorrenza e dal peso fiscale, ricorrono a contratti fantasma pur di sopravvivere.

Perché il lavoro nero è così diffuso?

Il problema del lavoro nero nel Sud Italia ha radici profonde. Da un lato, c’è la necessità di lavorare a tutti i costi: con un tasso di disoccupazione spesso superiore alla media nazionale, accettare un impiego irregolare è meglio che restare senza nulla. Dall’altro lato, c’è il peso delle tasse e della burocrazia, che scoraggia molte aziende dal regolarizzare i dipendenti. “Se pagassi tutto quello che dovrei, dovrei chiudere domani”, confessano molti imprenditori, spiegando come il sistema fiscale renda difficile la sopravvivenza di chi non ha grandi capitali alle spalle.

Ma c’è anche un fattore culturale. Il lavoro nero è spesso visto come una normalità, una “zona grigia” tollerata da tutti. Molti lavoratori accettano questa condizione perché l’hanno vissuta da sempre e non credono che il sistema possa cambiare.

I rischi per i lavoratori e per l’economia

Se da un lato il lavoro nero permette a migliaia di persone di avere un reddito, dall’altro rappresenta una minaccia per l’intera economia. Ogni lavoratore non dichiarato è un contributo mancato per il sistema pensionistico, per la sanità, per i servizi pubblici. L’evasione fiscale legata al lavoro nero pesa miliardi sulle casse dello Stato, alimentando un circolo vizioso in cui i pochi che pagano le tasse si trovano a dover sostenere un peso ancora maggiore.

Ma il rischio più grande è per i lavoratori stessi. Senza contratto, un infortunio può diventare un dramma, senza contributi il futuro è incerto. Per le donne, il problema è ancora più grave: molte lavoratrici domestiche e badanti vengono sfruttate senza possibilità di denuncia, con la paura costante di perdere il poco che hanno.

Cosa si può fare?

Contrastare il lavoro nero non è semplice, ma non è nemmeno impossibile. Servono controlli più efficaci, ma da soli non bastano: è necessario rendere più conveniente per le aziende assumere regolarmente, riducendo il costo del lavoro e snellendo le procedure burocratiche. Anche i lavoratori devono essere messi nelle condizioni di poter rifiutare il lavoro irregolare, attraverso misure di sostegno, percorsi di formazione e opportunità concrete di inserimento nel mercato legale.

Ma la vera sfida è culturale. Bisogna scardinare l’idea che il lavoro nero sia una necessità inevitabile, un compromesso accettabile per “sbarcare il lunario”. Accettarlo significa rinunciare ai propri diritti e ipotecare il futuro. Finché questa mentalità non cambierà, il Sud resterà ostaggio di un sistema che penalizza i più deboli e frena lo sviluppo. E finché il lavoro sarà nero, anche il futuro di troppi giovani continuerà ad esserlo.

Chiara Vitone

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Il Sanremo reale https://www.lavocedelsud.org/il-sanremo-reale/ https://www.lavocedelsud.org/il-sanremo-reale/#respond Fri, 14 Mar 2025 15:46:49 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=9313 Il successo incontrastato di Olly, i tormentoni, gli outsiders: la situazione delle canzoni in gara a un mese dalla fine di Sanremo 2025. A poco più di un mese dalla fine del Festival di Sanremo, fuori dalla competizione, dalla critica, dal televoto e da tutto il contorno sanremese, è sempre interessante guardare la situazione della […]

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Il successo incontrastato di Olly, i tormentoni, gli outsiders: la situazione delle canzoni in gara a un mese dalla fine di Sanremo 2025.

A poco più di un mese dalla fine del Festival di Sanremo, fuori dalla competizione, dalla critica, dal televoto e da tutto il contorno sanremese, è sempre interessante guardare la situazione della classifica italiana dei singoli presenti al Festival di febbraio 2025 e capire il polso del reale pubblico del mainstream italiano per eccellenza.

Nel momento in cui scrivo questo articolo, OLLY mantiene la testa della classifica con Balorda Nostalgia, seguito dalle due grandi esclusioni del podio sanremese che avevano destato più malumori, Giorgia e Achille Lauro.

Il secondo classificato Lucio Corsi, futuro rappresentante dell’Italia all’Eurovision Song Contest, scivola al 6° posto, mentre il terzo classificato Brunori Sas addirittura alla 19esima posizione.

Capitolo tormentoni: essi si trovano simpaticamente tutti insieme, da Cuoricini, che era apparso subito come IL tormentone del Festival che è stabile al 9° posto, al 10° con Rkomi (diventato famoso a causa del forte accento lombardo con il quale pronuncia le vocali), al quale si aggiunge un “tormentone inaspettato” come quello di Gaia con ‘Chiamo io, chiami tu’, divenuto famoso sul web per via del dietro le quinte del videoclip nel quale il coreografo spagnolo Carlos Diaz Gandia guida i movimenti di Gaia attraverso delle onomatopee, ammetto persino io, molto divertenti.

Piccola postilla di orgoglio pugliese per Serena Brancale, che con la sua Anema e Core mantiene la 14esima posizione.

Come spesso dimostrato nella storia del Festival di Sanremo e in generale in una competizione canora dove entrano in gioco diversi fattori “extramusicali”, spesso le classifiche dello show non seguono esattamente le logiche del pubblico reale e comunque una classifica digitale di un mese non sarà mai abbastanza per giudicare definitivamente la continuità e l’evoluzione di un artista, chiunque esso sia.

Antonio Montecalvo

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“Miss Fallaci”: cosa ha funzionato – e cosa no -della serie con Miriam Leone https://www.lavocedelsud.org/miss-fallaci-cosa-ha-funzionato-e-cosa-no-della-serie-con-miriam-leone/ https://www.lavocedelsud.org/miss-fallaci-cosa-ha-funzionato-e-cosa-no-della-serie-con-miriam-leone/#respond Wed, 12 Mar 2025 20:24:42 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=9308 In America era conosciuta come “Miss Fallaci”, mentre in Italia veniva soprannominata “la ragazza del cinema”… Ma chi era davvero questa “Miss Fallaci”, interpretata dall’attrice siciliana Miriam Leone? Ecco i punti di forza – e i punti deboli – della serie Rai appena conclusa. UNA SERIE MODERNA E AVVINCENTE Nel ruolo di una giovane Oriana […]

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In America era conosciuta come “Miss Fallaci”, mentre in Italia veniva soprannominata “la ragazza del cinema”

Ma chi era davvero questa “Miss Fallaci”, interpretata dall’attrice siciliana Miriam Leone?

Ecco i punti di forza – e i punti deboli – della serie Rai appena conclusa.

UNA SERIE MODERNA E AVVINCENTE

Nel ruolo di una giovane Oriana Fallaci, ancora lontana dalla fama di giornalista, ma in cerca di sé stessa e del suo “posto” nel mondo del giornalismo, troviamo la talentuosa Miriam Leone. L’attrice siciliana, camaleontica e versatile, riesce a interpretare con grande abilità la caparbietà e l’ostinazione che hanno caratterizzato la Fallaci, rendendo il personaggio vivido e autentico.

Nonostante i tratti somatici dell’attrice siano distanti da quelli della protagonista che interpreta, Miriam Leone offre una performance convincente e dal tocco “moderno”.

LA CONFUSIONE DEL DOPPIAGGIO

Cosa non ha funzionato, allora, in questa fiction? Probabilmente il doppiaggio. La scelta di girare la serie in inglese e in italiano, accompagnata da un doppiaggio continuo dall’inizio alla fine, ha creato troppa confusione, minando la fluidità e l’immedesimazione nel racconto.

In conclusione, possiamo dire che “Miss Fallaci” è un buon prodotto Rai, ma che, con qualche piccolo aggiustamento, avrebbe potuto ottenere un maggiore successo di pubblico.

Federica Leonardi

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Bologna sott’acqua https://www.lavocedelsud.org/bologna-sottacqua/ https://www.lavocedelsud.org/bologna-sottacqua/#respond Mon, 10 Mar 2025 11:00:00 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=9306 L’Emilia Romagna è uno dei territori italiani  maggiormente vittima di disastri alluvionali e di altre nature. Da maggio 2023 ad ottobre 2024 sono cinque gli eventi eccezionali che hanno colpito la Regione. Ma caliamoci nell’ottobre 2024. Erano le ore 19.00 di sabato 19 e Bologna ed i suoi comuni limitrofi – Pianoro, Monterenzio, Idice e […]

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L’Emilia Romagna è uno dei territori italiani  maggiormente vittima di disastri alluvionali e di altre nature.

Da maggio 2023 ad ottobre 2024 sono cinque gli eventi eccezionali che hanno colpito la Regione.

Ma caliamoci nell’ottobre 2024. Erano le ore 19.00 di sabato 19 e Bologna ed i suoi comuni limitrofi – Pianoro, Monterenzio, Idice e San Lazzaro di Savena – hanno iniziato a manifestare i primi campanelli d’allarme: l’esondazione dei fiumi, dei canali di scolo, fuoriuscita di acqua dai tombini oltre alla successiva esplosione del condotto sotterraneo causata dalla pressione altissima delle acque.

Non si parla di singola causa ad aver provocato danni ambientali ed economici ingenti, ma di molti elementi che non sono stati studiati e presi con la giusta considerazione.

Allerte rosse, quanto rosse?

In primis non è stata presa sul serio l’allerta rossa presente. Con i numerosissimi stati di allerta emanati nel corso del tempo, la pericolosità delle piogge è stata presa lentamente sempre più sottogamba. La formazione e la divulgazione alla cittadinanza avrebbe potuto portare maggiore prevenzione, facendo comprendere la reale situazione al momento dell’alluvione.

La sicurezza non è stata garantita a causa dei mancati interventi di ampliamento di condotte sotterranee, pulizia dei canali e rafforzamento degli argini.

Il cambiamento climatico è innegabile davanti a questi eventi eccezionali. Nel periodo autunnale le piogge sul territorio sarebbero dovute essere di breve durata perché causati dall’incontro della corrente calda di origine tirrenica (Scirocco) contro quella fredda da nord-est (Bora).

Altri danni sono da arrecare al fenomeno di saturazione del terreno che ha alimentato ulteriormente i fiumi bolognesi. Dal 2023 ad oggi sono stati calcolati più del 20% di aumento di eventi eccezionali e nel corso dei prossimi anni sono previsti aumenti non positivi.

E come ultimo elemento dobbiamo citare il consumo del suolo naturale. L’espansione urbana, l’antropizzazione di vaste aree e l’aumento di infrastrutture ed edifici ha mangiato lentamente spazio naturale.

L’uomo non può più fare finta di niente e non considerare questi avvenimenti solo nel momento in cui i danni sono stati subiti. Si parla di vite umane, si parla di futuro e di sicurezza.

Elena Zullo

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Berlinguer in mostra a Sassari https://www.lavocedelsud.org/berlinguer-mostra-sassari/ https://www.lavocedelsud.org/berlinguer-mostra-sassari/#respond Fri, 07 Mar 2025 17:55:49 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=9302 Berlinguer è stato uno dei più grandi politici del secolo scorso. Il suo enorme successo popolare stava nel fatto che era una persona estremamente equilibrata: mai una parola di troppo in nessuna occasione, né con gli avversari, né con qualsiasi altra persona. Nel Padiglione Tavolara a Sassari, sua città natale c’è una mostra a lui […]

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Berlinguer è stato uno dei più grandi politici del secolo scorso. Il suo enorme successo popolare stava nel fatto che era una persona estremamente equilibrata: mai una parola di troppo in nessuna occasione, né con gli avversari, né con qualsiasi altra persona. Nel Padiglione Tavolara a Sassari, sua città natale c’è una mostra a lui dedicata, promossa dalla sua stessa Fondazione e dalla Fondazione Gramsci. La mostra presenta contenuti fotografici ma anche audiovisivi con dei video e dei contributi audio estrapolati dai suoi vari interventi e comizi in piazza. Berlinguer dalle stesse foto che lo ritraggono, era un uomo del popolo, lo testimoniano le numerose immagini dei suoi bagni di folla in giro per le piazze italiane e mondiali. Nella mostra sono presenti due cartine geografiche, una rappresenta i viaggi che Berlinguer ha fatto in Europa e l’altra quelli fatti nel mondo. La quantità di frecce che partono dall’Italia è davvero impressionante, paragonabile ai viaggi di un Presidente del Consiglio o del papa, ma c’è un grande assente: gli Stati Uniti, anche se aveva programmato di andarci. In compenso Berlinguer è stato spesso in Russia, per discutere del futuro del comunismo, entrando spesso anche in rotta di collisione con le correnti russe dell’epoca.

In occasione dei 40 anni dalla scomparsa è stata scritta la sceneggiatura del film Berlinguer – La grande ambizione di Marco Pettenello e Andrea Segre, come protagonista c’è Elio Germano che interpreta Berlinguer e non scimmiotta l’accento sardo, o meglio sassarese del politico turritano. Il film, uscito nel 2024, racconta la sua vita dal 1973 al 1978, anni caldi della guerra fredda nel mondo e della stagione delle Brigate Rosse in Italia con il sequestro e il successivo assassinio di Aldo Moro. Anni anche dell’ascesa del Partito Comunista Italiano. Racconta anche quell’uomo semplice, nella vita di tutti i giorni con la sua famiglia, che non ricorda dove ha messo dei soldi per poi ricordare di averli messi in un determinato libro nella libreria di casa e dice ai figli che con quei soldi li porterà fuori a cena, quell’uomo che faceva ginnastica ogni sera per alleviare i dolori dello star seduto molte ore al giorno, quell’uomo che non andava a dormire senza il suo bicchierone di latte.

Berlinguer era nato in una famiglia di nobili origini e si era formato nel Partito Comunista sassarese. Era stato esonerato dalla leva militare obbligatoria per una leggera malformazione al piede. Conseguì la maturità classica nel 1940 al Liceo Classico Azuni e si iscrisse a Giurisprudenza all’Università di Sassari, superò brillantemente il primo esame ma non si laureò mai.

Anche il padre Mario Berlinguer era entrato in politica, fu lui a presentarlo a Palmiro Togliatti, a cui fece una buona impressione, da lì inizia la sua carriera politica.

Tornò spesso in Sardegna anche quando era diventato un politico di calibro nazionale, si dedicò per tutto il tempo necessario ad ascoltare i lavoratori, operai, pastori e contadini, senza alcuna fretta.

La sua carriera fu un continuo di alti e bassi fino ad arrivare al culmine della popolarità del PCI dopo la sua morte quando il Partito superò la Democrazia Cristiana con il 33, 3% contro il 33%.

Anche la sua morta ha un che di leggendario. Fu colpito da un ictus a Padova il 7 giugno 1984 e nonostante il malore volle portare a termine il discorso con la folla che gridava “Basta Enrico!”. Si spense 4 giorni dopo in ospedale dopo che entrò in coma. Il Presidente della Repubblica, Sandro Pertini che si trovava a Padova per una visita di Stato, volle portare con sé il feretro con l’aereo presidenziale. Al suo funerale parteciparono più di un milione di persone, una cosa mai vista per un politico dell’era repubblicana, con rappresentanti internazionali di vari paesi.

Nella mostra sono presenti anche molti libri che parlano di lui e della sua politica, i suoi appunti, alcune delle sue corrispondenze, si racconta sia l’uomo politico e personaggio pubblico ma anche i suoi affetti. La mostra sarà visitabile gratuitamente fino al 19 marzo, siateci. Grazie E. B.

Alessandra Cau

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Il boom delle armi tra i giovani italiani: l’allarme in Campania https://www.lavocedelsud.org/il-boom-delle-armi-tra-i-giovani-italiani-lallarme-in-campania/ https://www.lavocedelsud.org/il-boom-delle-armi-tra-i-giovani-italiani-lallarme-in-campania/#respond Fri, 07 Mar 2025 11:00:43 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=9299 Negli ultimi anni, la crescente diffusione di armi tra i giovani italiani, in particolare nella regione Campania, sta sollevando preoccupazioni tra le autorità e la società civile. Il fenomeno è in rapida ascesa, con un incremento significativo nel numero di minori coinvolti in episodi violenti o in possesso di armi. Questo trend rappresenta una deviazione […]

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Negli ultimi anni, la crescente diffusione di armi tra i giovani italiani, in particolare nella regione Campania, sta sollevando preoccupazioni tra le autorità e la società civile. Il fenomeno è in rapida ascesa, con un incremento significativo nel numero di minori coinvolti in episodi violenti o in possesso di armi. Questo trend rappresenta una deviazione preoccupante rispetto al passato, con riflessi inquietanti per la sicurezza pubblica e la stabilità sociale, specialmente in una regione già segnata dalla criminalità organizzata.

I dati

Secondo i dati forniti dalle forze dell’ordine, la Campania, e in particolare Napoli, ha visto un preoccupante aumento dei reati legati al possesso di armi da parte dei giovani. Se, fino a qualche anno fa, il fenomeno sembrava limitato a una ristretta cerchia di delinquenti organizzati, oggi sono sempre di più i casi in cui giovani, spesso minorenni, vengono arrestati con armi da fuoco, coltelli o altri strumenti da guerra. Nel 2023, secondo il Ministero dell’Interno, sono stati sequestrati oltre 600 armi illegali nella regione, con un aumento del 25% rispetto all’anno precedente.

La Campania, storicamente teatro di una forte presenza della Camorra, è il luogo in cui l’uso di armi da fuoco è spesso legato alla gestione del potere criminale. Tuttavia, un fenomeno preoccupante è il coinvolgimento diretto dei giovani in episodi violenti. Le motivazioni alla base di questa escalation sono molteplici, ma è chiaro che le armi sono diventate un simbolo di potere, status e protezione per i giovani che si sentono vulnerabili o emarginati dalla società. In particolare, le periferie delle grandi città campane, come Napoli, Caserta e Salerno, sono i luoghi dove questo fenomeno è più radicato.

Un Confronto con il Passato

Nel passato, l’uso di armi tra i giovani in Italia era una realtà relativamente marginale, circoscritta a eventi sporadici e spesso legata al mondo della criminalità organizzata. Seppur la Camorra, la Mafia e la ‘Ndrangheta abbiano sempre avuto un ruolo predominante nel traffico e nella distribuzione di armi, questi fenomeni non erano così visibili tra la popolazione giovanile. Negli anni ’90 e nei primi anni 2000, la violenza giovanile era legata soprattutto a bande di quartiere, scontri tra bande rivali o risse.

Oggi, però, l’accesso alle armi è più facile, con una crescente presenza di fucili, pistole e altri dispositivi letali nelle mani di ragazzi sempre più giovani. Questo ha cambiato il volto della violenza nelle città italiane. Negli anni precedenti, l’arma più comune tra i giovani era il coltello, ma ora, con l’aumento delle pistole e fucili da guerra, i rischi e le conseguenze sono diventati molto più gravi.

Due episodi recenti

Il caso di Napoli: la sparatoria di Scampia (2023)

Uno degli episodi più eclatanti è quello avvenuto nella periferia di Scampia, uno dei quartieri più problematici di Napoli, nel 2023. Durante una festa di compleanno, due gruppi di giovani si sono affrontati in una sparatoria che ha coinvolto almeno quattro persone. La causa della lite, secondo le indagini, sarebbe stata legata a un debito di droga non saldato, ma la rapida escalation della violenza ha visto l’uso di armi da fuoco, alcune delle quali risultate rubate da altre organizzazioni criminali. Nonostante l’intervento tempestivo delle forze dell’ordine, che hanno arrestato diversi giovani coinvolti, il caso ha messo in luce come il possesso di armi da parte di ragazzi tra i 16 e i 19 anni sia ormai una realtà quotidiana in certi quartieri della città.

Il caso di Caserta: l’agguato ai danni di un minorenne (2024)

Un altro caso emblematico è avvenuto a Caserta, dove un minorenne di 17 anni è stato gravemente ferito da un colpo di pistola durante un conflitto tra bande rivali. Il ragazzo, che secondo le indagini aveva tentato di fare da “mediatori” tra i due gruppi, è stato ferito alla gamba, ma per fortuna non ha perso la vita. L’arma utilizzata, una pistola semiautomatica, è stata successivamente rinvenuta dai carabinieri, che hanno identificato il colpevole in un giovane affiliato a un clan locale. Questo episodio ha ulteriormente alimentato la preoccupazione sulle armi in mano ai minori e sulla rapida escalation della violenza giovanile, che non sembra accennare a fermarsi.

Il caso USA: un paragone inquietante

Se il fenomeno in Italia ha radici storiche, negli Stati Uniti il possesso di armi è un fenomeno diffuso su scala nazionale e culturalmente radicato. Ogni anno, negli Stati Uniti, si registrano migliaia di episodi di violenza giovanile legati all’uso di armi da fuoco. La situazione in Italia è ancora lontana da quella degli Stati Uniti, dove la diffusione di armi è legalizzata e diffusa, ma è interessante notare alcune somiglianze. Negli Stati Uniti, giovani adolescenti spesso entrano in possesso di armi grazie alla facilità di accesso, complice la legislazione che permette la vendita di armi anche in alcuni stati senza grandi restrizioni. In Italia, invece, sebbene l’accesso alle armi sia più regolato e le leggi siano più severe, l’aumento dei traffici illeciti ha reso più facile l’approvvigionamento delle stesse.

Un altro punto in comune tra i due Paesi è la percezione della sicurezza tra i giovani. In molte città italiane, come in quelle statunitensi, i giovani, soprattutto nelle zone più disagiate, ricorrono alle armi per sentirsi protetti. Ma mentre negli Stati Uniti questo fenomeno è frequentemente alimentato dalla cultura della “auto-difesa”, in Italia la questione è spesso più legata al controllo dei territori da parte di gruppi criminali.

Esistono possibili soluzioni?

Il fenomeno del possesso e dell’uso di armi tra i giovani italiani, è una realtà preoccupante che richiede una riflessione approfondita e azioni concrete da parte delle autorità. La risposta delle istituzioni, dalle forze dell’ordine alla politica, dovrà essere tempestiva ed efficace, per evitare che questo fenomeno diventi una piaga ancora più difficile da estirpare.

Perché accade tutto questo?

L’impoverimento delle capacità metacognitive porta i giovani a difficoltà nel pensiero critico, nella connessione tra azioni e conseguenze e nella costruzione di nessi causali. Il dialogo si riduce, mentre le risposte immediate e polarizzate prevalgono. L’aumento di rabbia e disperazione si manifesta per questo motivo in comportamenti estremi, come l’utilizzo di armi, che anestetizzano o aggravano il disagio adolescenziale.

Loredana Zampano

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