Sport Archivi - La Voce del Sud https://www.lavocedelsud.org/category/sport/ “Se si sogna da soli, è un sogno. Se si sogna insieme, è la realtà che comincia. ” Wed, 18 Sep 2024 14:22:35 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.7.2 199277288 Addio a Totò Schillaci: il costruttore di notti magiche https://www.lavocedelsud.org/addio-a-toto-schillaci-il-costruttore-di-notti-magiche/ https://www.lavocedelsud.org/addio-a-toto-schillaci-il-costruttore-di-notti-magiche/#respond Wed, 18 Sep 2024 10:36:59 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=9013 Totò Schillaci se n'è andato. L'Italia perde un costruttore di sogni, il fautore delle notti magiche del 1990. Se ne va l'uomo ma la sua eredità resta.

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Salvatore Totò Schillaci se n’è andato. Ci lascia così, frastornati e commossi. È la stessa sensazione provata da un bambino quando scopre che il proprio supereroe non c’è più e, in fondo, per diverse generazioni ed ancora oggi Totò è esattamente questo: un personaggio col mantello azzurro in grado di regalare emozioni.

Se ne va un pezzo d’Italia, quella fatta da instancabili lavoratori che faticano ogni giorno per ritagliarsi il proprio spazio e che, a volte, finiscono per occupare l’intera scena. Costruttori di sogni che non solo arrivano a vedere la luna ma la toccano con mano, almeno per qualche istante.

Schillaci a Messina: l’incontro con Zeman

Nato a Palermo, Schillaci trova la chiave di volta della sua carriera a Messina, più precisamente nelle mani di un maestro boemo, Zdenek Zeman. In Serie B, nella stagione ’88 – ’89, Totò metterà a segno ben 23 reti, attirando l’attenzione dell’elite del calcio italiano.

La Juventus e la Nazionale: l’anno d’oro 1990

L’avvocato Agnelli lo porta alla Juventus, dove nell’89 – 90 contribuisce ai successi in Coppa Uefa e Coppa Italia.
Quell’anno c’è il Mondiale di casa ed il c.t. Azeglio Vicini lo convoca dandogli inizialmente un ruolo da comprimario (riserva di Carnevale).
Nella gara d’esordio contro l’Austria, Schillaci entra in campo sullo 0-0 e quattro minuti dopo la sblocca di testa, su cross di Luca Vialli. Da qui prendono forma quelle notti magiche augurate agli azzurri dal duo Nannini – Bennato.
Totò non si ferma più; segna a Cecoslovacchia, Uruguay ed Argentina in semifinale. Contro Maradona e soci i rigori saranno fatali ma nella finalina contro l’Inghilterra Schillaci metterà il suo sesto timbro. Tradotto: Italia terza e Totò capocannoniere.
Arriverà poi secondo nella classifica del Pallone d’oro di quell’anno, dietro al campione del mondo Lothar Matthaus.

L’esploratore Schillaci, l’uomo Totò

Le notti magiche, in seguito, saranno solo un ricordo. Schillaci non brilla più tra Juve ed Inter. Va in Giappone diventando il primo esploratore di nuovi mondi calcistici. Qui resterà per chiudere la carriera nel 1997.

Torna quindi nella sua Italia, in veste persino di personaggio televisivo e cinematografico ma la sua impronta l’aveva già lasciata, così come l’eredità da consegnare ai posteri in un grigio giorno di settembre.
Schillaci resterà per tutti quel ragazzo umile capace di stupire e di stupirsi. I suoi occhi spiritati dopo ogni singolo goal consegnato alla rassegna mondiale del ’90 sono gli occhi di tutti coloro che inseguono con determinazione un sogno e lo rendono possibile, anche solo per un’estate. Sono gli occhi di quanti aspirano a costruirsi le proprie “notti magiche”. Sono gli occhi di un’Italia che forse non c’è più ma che può esserci ancora se si lascerà guidare da un angelo con la coppola chiamato Totò.

Felice Marcantonio

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Non arrivare primi è ancora considerato un fallimento: il caso Pilato https://www.lavocedelsud.org/religione-e-omosessualita-e-possibile-un-dialogo/ https://www.lavocedelsud.org/religione-e-omosessualita-e-possibile-un-dialogo/#respond Wed, 31 Jul 2024 10:00:28 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=8974 In una società che esalta il superamento degli altri come valore primario, può sembrare arduo concepire la possibilità di sentirsi felici e realizzati anche senza primeggiare La soddisfazione personale è una questione altamente soggettiva anche in ambienti altamente competitivi come le Olimpiadi. Le aspirazioni, le priorità e le reazioni di fronte a vittorie e sconfitte […]

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In una società che esalta il superamento degli altri come valore primario, può sembrare arduo concepire la possibilità di sentirsi felici e realizzati anche senza primeggiare

La soddisfazione personale è una questione altamente soggettiva anche in ambienti altamente competitivi come le Olimpiadi. Le aspirazioni, le priorità e le reazioni di fronte a vittorie e sconfitte possono essere profondamente diverse.

Alle Olimpiadi di Parigi 2024, la nuotatrice diciannovenne originaria di Taranto, Benedetta Pilato, ci ha dimostrato che il valore di un successo non è sempre misurato dalla vittoria assoluta. La sua esperienza ci insegna che, spesso, il cammino e la crescita personale possono essere più significativi del traguardo finale.

Chi non ha seguito le finali di nuoto – una disciplina che ha portato all’Italia due medaglie d’oro – ha trovato nel quarto posto di Benedetta nei 100 metri rana il vero argomento di discussione. Il risultato è stato un solo centesimo di secondo distante dal podio, eppure è diventato il tema principale, superando persino l’oro di Thomas Ceccon nei 100 metri dorso, il primo italiano a conquistare questo titolo.

Le vittorie, come sappiamo, accendono l’entusiasmo dei tifosi e, a volte, portano anche a critiche, come nel caso di Martinenghi ( oro nei 100 rana maschili ), accusato di non aver cantato l’inno nazionale nonostante la sua evidente emozione. Al contrario, le sconfitte sono generalmente accettate solo se l’atleta le accoglie con rassegnazione e dispiacere. Tuttavia, Benedetta Pilato ha stupito tutti con la sua reazione positiva e ispiratrice.

Con grande emozione, la Pilato ha dichiarato ai microfoni di Rai Sport: “Ci ho provato fino alla fine, mi dispiace, ma queste sono lacrime di gioia. È il giorno più bello della mia vita.” Benedetta ha dimostrato che il vero valore di un risultato non si misura solo in base alla posizione finale. “Un anno fa non ero neanche in grado di competere in questa gara. Questo è solo un inizio. Il cambiamento mi ha aiutato enormemente. Tutti si aspettavano di vedermi sul podio? Tutti tranne me,” ha aggiunto l’atleta, mostrando maturità e chiarezza nel riconoscere il proprio percorso di crescita, sia personale che sportivo.

Queste parole hanno sorpreso non solo l’intervistatrice, ma anche Elisa Di Francisca, ex campionessa olimpica nel fioretto, che si aspettava una reazione di delusione. L’atleta ha criticato l’entusiasmo di Benedetta Pilato e ha messo in discussione l’idea che il quarto posto possa essere considerato una vittoria, suggerendo che non raggiungere il podio fosse un segno di fallimento.

In realtà la lezione di Benedetta è particolarmente rilevante in una società che spesso celebra solo i risultati concreti e la vittoria ad ogni costo. Pilato ci invita a riflettere su cosa significa davvero trionfare. Il suo sorriso e la sua capacità di apprezzare il percorso, nonostante il risultato finale, offrono una prospettiva preziosa. In un mondo che premia esclusivamente il successo tangibile, la sua esperienza ci ricorda che la vera misura del successo può risiedere nella crescita personale e nella capacità di accogliere ogni passo del nostro cammino.

La percezione che non raggiungere la prima posizione rappresenti un insuccesso è diffusa in molti ambiti della vita, non solo nello sport. Questa narrativa, che esalta solo chi raggiunge i vertici, può avere conseguenze deleterie. Essa incoraggia una mentalità eccessivamente competitiva dove solo pochi vengono considerati “vincenti” e gli altri vengono etichettati come “falliti”.

In effetti, è fondamentale riconoscere che la realizzazione personale non dipende esclusivamente dai risultati superiori rispetto agli altri. La soddisfazione è un sentimento intimo e personale che può derivare dal riconoscimento e dal superamento di sfide personali, indipendentemente dalla posizione finale in una gara o dal raggiungimento di obiettivi esterni.

Anche se non si diventa i migliori in un determinato campo, è essenziale comprendere che il valore e l’importanza delle proprie capacità personali non diminuiscono. Ogni individuo è definito dalla propria unicità e dalle proprie esperienze, e questi aspetti contribuiscono a formare una persona complessiva e autentica. Riconoscere e celebrare questi aspetti è fondamentale per una vita soddisfacente e realizzata, al di là delle mere classifiche e posizioni.

In un’epoca in cui molti si sentono insicuri e ansiosi, confrontandosi continuamente con gli altri e temendo di non essere all’altezza, la lezione di Benedetta Pilato risuona come un faro di saggezza. Il suo sorriso ci ricorda che la vera misura del successo risiede nella crescita personale e nella capacità di accogliere ogni passo del nostro cammino. Accettare le sconfitte con serenità e riconoscere il valore del proprio percorso può aiutarci a superare l’ansia sociale e a trovare soddisfazione al di là delle aspettative esterne.

Non dobbiamo essere i numeri uno per dimostrare quanto valiamo.

Loredana Zampano

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Addio Giggirriva, Rombo di Tuono https://www.lavocedelsud.org/addio-giggirriva-rombo-tuono/ https://www.lavocedelsud.org/addio-giggirriva-rombo-tuono/#respond Mon, 05 Feb 2024 11:00:00 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=8663 Parole, queste, che nessuno avrebbe mai voluto pronunciare, ma la vita è un ciclo e come tutti i cicli ha un inizio e una fine, per tutti. Gigi Riva, o come si dice nel campidano Giggirriva, è stato per Cagliari un secondo Sant’Efisio. Il Santo aveva portato il cristianesimo sull’isola, Riva ha portato alla vittoria […]

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Parole, queste, che nessuno avrebbe mai voluto pronunciare, ma la vita è un ciclo e come tutti i cicli ha un inizio e una fine, per tutti.

Gigi Riva, o come si dice nel campidano Giggirriva, è stato per Cagliari un secondo Sant’Efisio. Il Santo aveva portato il cristianesimo sull’isola, Riva ha portato alla vittoria dello scudetto il Cagliari nel 1970. La storia di Luigi Riva è fondamentalmente quella di un orfano, adottato poi da una terra che lui stesso inizialmente temeva, ma che ha saputo farlo sentire figlio, lo ha fatto diventare padre e lo ha accompagnato fino alla fine dei suoi giorni.

La Sardegna accoglie Riva

“Ho perso il papà a 9 anni, mia madre a 16. Quando arrivai in Sardegna ero incazzato con la vita, sembrava che il destino ce l’avesse con me. Mio padre era un grande appassionato di sport, lo ricordo conversare in piazza di ciclismo; di mia madre ricordo i sacrifici.”

Il padre sopravvisse alle guerre mondiali ma morì per un incidente sul lavoro, da operaio; la madre invece morì di cancro.

Arriva in Sardegna quasi per caso, giocava a Legnano in provincia, la prima squadra di alto livello che lo nota è il Cagliari.

La Sardegna negli anni ’60 era vista come un luogo per esiliati, tant’è che la zia quando viene a sapere che si sarebbe trasferito nell’isola gli chiede quale crimine abbia commesso. Riva arriva all’Amsicora, all’epoca “stadio” del Cagliari, e trova il campo in terra battuta perché le squadre che non erano in serie A non erano tenute ad avere il campo in erba.

Firma un accordo col Presidente del Cagliari per cui avrebbe dovuto trascorrere in quella squadra solamente un anno. In Sardegna però si trova subito a suo agio, perché il mondo sardo è silenzioso fuori ma molto forte dentro, proprio come lui, silenzioso fuori ma Rombo di Tuono dentro.

Giggirriva

Gigi Riva, anche quando era diventato Giggirriva, cenava tutte le sere nello stesso ristorante di Cagliari e nessuno veniva a disturbarlo, un trattamento che Francesco Totti nella sua Roma, può soltanto immaginare.

Gli piaceva correre con l’auto, lo faceva spesso nella strada rettilinea del Poetto, la spiaggia della città di Cagliari, un giorno fece un sorpasso pericoloso, il conducente dell’altra macchina lo inseguì, lo fece fermare e non appena lo riconobbe si scusò con lui.

Questo per far comprendere la venerazione dei sardi per quel calciatore. Non era soltanto uno dei calciatori più straordinari che l’Italia abbia mai visto, ma era principalmente un uomo. Un uomo che scelse di non andare a giocare per squadre di gran lunga più forti che lo avrebbero ricoperto di soldi, un uomo che quando l’Italia tornò per festeggiare il titolo del mondiale del 2006 ai Fori Imperiali, scese dal pullman della nazionale perché ci era salito qualche italiano che aveva detto che l’Italia avrebbe fatto meglio a non presentarsi a quel mondiale per via di calciopoli, un uomo che scelse di restare in Sardegna tutta la vita.

Grazie Giggirriva

“Avrei guadagnato il triplo. Ma la Sardegna mi aveva fatto uomo, ormai era la mia terra, ci ero arrivato a 18 anni. All’epoca ci sbattevano i militari puniti. Ci chiamavano pastori o banditi. Avevo 23 anni, la grande Juve voleva coprirmi di soldi, io volevo lo scudetto per la mia terra. Ce l’abbiamo fatta, noi banditi e pastori.”

Gigi Riva verrà ricordato come calciatore ma soprattutto come Uomo, quello che in spagnolo chiamano “hombre vertical“, sinonimo di uomo fermo e deciso, caratterizzato da un’alta rettitudine morale. Chi scrive è naturalmente troppo giovane per averlo visto giocare. Ma i racconti dei padri sardi lo hanno fatto amare ai figli, prima come persona e poi come calciatore. Da sarda posso semplicemente ringraziarlo per aver fatto scoprire all’Italia non solo una squadra ma un’intera regione, grazie allo scudetto di quel grandioso 1970, che abbiamo vinto “noi banditi e pastori”.

Alessandra Cau

La Voce del Sud

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Campionati Assoluti di scherma: intervista a Rebecca Gargano https://www.lavocedelsud.org/assoluti-scherma-intervista-rebecca-gargano/ https://www.lavocedelsud.org/assoluti-scherma-intervista-rebecca-gargano/#respond Mon, 26 Jun 2023 10:00:57 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=7978 In occasione dei Campionati Italiani Assoluti di scherma svoltisi a La Spezia da mercoledì 7 a lunedì 12 giugno abbiamo avuto il piacere di intervistare Rebecca Gargano, una delle atlete che hanno vinto con l’aeronautica militare la gara a squadre di sciabola.

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In occasione dei Campionati Italiani Assoluti di scherma svoltisi a La Spezia da mercoledì 7 a lunedì 12 giugno abbiamo avuto il piacere di intervistare Rebecca Gargano, una delle atlete che hanno vinto con l’aeronautica militare la gara a squadre di sciabola. In palio c’erano dodici titoli: sei individuali e sei a squadre nel Campionato di serie A1. Il calendario dell’evento è stato fitto con due competizioni al giorno, era così strutturato: due giornate per ciascuna arma, cominciando con la sciabola, continuando con la spada e chiudendo col fioretto, prima con le gare individuali poi con le prove per team di Serie A1 che vedranno sempre 12 formazioni a contendersi il titolo nazionale ma anche la permanenza nella massima categoria.

Rebecca Gargano, 26 anni, campana, precisamente di Pozzuoli è una ragazza determinata che ha saputo conciliare lo studio universitario con questa grande passione.

COME E QUANDO NASCE LA TUA PASSIONE PER LA SCHERMA?

A 9 anni ho iniziato un po’ per caso perché i miei genitori mi hanno portato in una palestra di scherma. Essendo uno sport molto tecnico inizialmente non mi entusiasmava ma mi sono appassionata successivamente tramite le gare.

COSA RAPPRESENTA PER TE QUESTO SPORT?

È semplicemente la mia passione più grande.

QUAL E’ STATO IL TUO PERCORSO CON LA SCHERMA? LA TUA PRIMA GRANDE VITTORIA? QUELLA PIU’ EMOZIONANTE E SIGNIFICATIVA?

Ce ne sono state varie ma la più importante a livello giovanile è stata la vittoria al mondiale under 20 a squadre, quello è stato un trampolino di lancio. È stato bello poi vincere le universiadi a Napoli nel 2019. Ho vinto anche un bronzo ai Giochi del Mediterraneo l’anno scorso. È stata una vittoria sofferta perché mi sono infortunata e mi ero trasferita di recente a Foggia per allenarmi.

COME E’ CAMBIATO (SE E’ CAMBIATO) IL TUO RAPPORTO CON LA VITTORIA? PIU’ IN GENERALE COSA RAPPRESENTA PER TE LA MEDAGLIA?

Ogni vittoria è un punto di partenza. Di mia indole non riesco ad accontentarmi, bisogna sempre pensare al prossimo obiettivo.  

COME HAI FATTO A GESTIRE STUDIO E VITA SPORTIVA?

Sono sempre stata abituata a farlo quindi mi è bastato continuare. Ho studiato Economia aziendale alla Federico II di Napoli, poi la magistrale in Marketing l’ho fatta alla Luiss a Roma. Sono una che porta a termine le cose. Tornando indietro me la prenderei con un po’ più di calma perché si potrebbe rischiare di fare tante cose e non farne bene neanche una. Un suggerimento che darei alla Rebecca del passato è “non fare le corse”. Può sembrare pesante esternamente gestire tutto, anche internamente in realtà, ma quando fai una cosa che ti appassiona la fatica passa in secondo piano.

COME TI TROVI NELL’AERONAUTICA?

Ho un gruppo bellissimo, tutti molto alla mano, non ti mettono pressione. Puoi entrare in caserma una volta all’anno ma puoi allenarti dove vuoi. Mi trovo molto bene, c’è un bell’ambiente.

TI PIACEREBBE INSEGNARE SCHERMA?

Ancora non mi ci vedo.

COSA VEDI NEL TUO FUTURO?

Più che al futuro mi sto concentrando sul presente ed in questo momento il mio presente è la scherma.

I TRAGUARDI SPORTIVI RAGGIUNTI SONO PER TE TANTI PUNTI D’ARRIVO O SEMPLICI PUNTI DI PARTENZA?

Sono punti di partenza. Sto aspettando ancora il risultato importante che mi permetta di entrare tra le prime 4 a livello nazionale. Si va in 12 a fare la coppa del mondo. 4 vengono scelte per fare europei e mondiali. Ad oggi sono la sesta, come riserva. Si punta alle olimpiadi di Parigi. Ci vuole disciplina e costanza è una vita sacrificata ma se fai una cosa che ti appassiona è meno pesante, i risultati poi ripagano.

La voce del sud Alessandra Cau

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11 luglio 1982, l’Italia divenne “Mundial” https://www.lavocedelsud.org/11-luglio-1982/ https://www.lavocedelsud.org/11-luglio-1982/#comments Mon, 11 Jul 2022 10:00:00 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=3679 A 40 anni di distanza la magia di quella Nazionale di calcio resta intatta 11 luglio 1982. Basta pronunciare questa data a qualsiasi italiano per capire che non fu un giorno come gli altri. Il palcoscenico era lo stadio Santiago Bernabeu di Madrid. In campo la Nazionale di calcio azzurra contro la Germania Ovest. In […]

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A 40 anni di distanza la magia di quella Nazionale di calcio resta intatta

11 luglio 1982. Basta pronunciare questa data a qualsiasi italiano per capire che non fu un giorno come gli altri.

Il palcoscenico era lo stadio Santiago Bernabeu di Madrid. In campo la Nazionale di calcio azzurra contro la Germania Ovest. In palio la Coppa del Mondo.

Già a dirla così verrebbe spiegato il motivo per il quale inevitabilmente quel giorno sarebbe passato alla storia. Italia-Germania non era una semplice partita di calcio, come non lo è neppure adesso. Su un rettangolo verde si affrontavano due culture completamente diverse che per necessità storica si erano incontrate già da decenni, prima a causa dei deliri totalitari di Hitler e Mussolini, poi, nel dopoguerra, quando soprattutto dal nostro Sud i nostri nonni e bisnonni partivano proprio verso le città tedesche, in cerca di un presente che potesse dare un futuro ai nostri genitori e, di conseguenza, a noi oggi. Vista così, Italia-Germania diventava l’occasione per noi “popolo” di ribellarci al “potere” e di prenderlo, di sentirci noi “signori”, almeno per una notte.

E quella notte, di fatti, sul tetto del mondo ci salimmo noi italiani. Non solo i giocatori, quelli che per tutti divennero “gli eroi dell’82”, non solo il mitico mister Bearzot passarono nel club esclusivo degli immortali. Ma ad essere costellato da un’aureola di eternità beata fu un Paese intero. Da Trieste a Palermo tutta l’Italia si riscopriva vincente, più di tutti gli altri. Alla testa di questa sfilata ideale c’era il presidente partigiano Sandro Pertini, colui che dopo il terzo gol azzurro, voltandosi verso il Re di Spagna, liberò tutto il folklore italico dicendo con gesti e parole: “Non ci prendono più“. In effetti no, la Germania ormai non ci avrebbe raggiunti. L’Italia si apprestava a salire i gradini che portano alla gloria.

C’è da dire, però, che come in ogni parabola mitica, la curva non è stata sempre costantemente proiettata verso l’alto. Il cammino che ha portato la voce storica di Nando Martellini a ripetere per tre volte “Campioni del Mondo” (https://www.youtube.com/watch?v=I6xxKqjoX7w) è stato impervio. All’inizio nessuno avrebbe scommesso una lira sul fatto che “l’Armata Brancazot”, come ironizzavano i giornali, sarebbe stata capace di mettere in fila le nazionali più forti del Pianeta, le quali non hanno potuto far altro che godersi la festa tricolore.

Il primo girone eliminatorio, contro avversarie più che modeste, l’Italia lo superò per il rotto della cuffia. Quando poi la sorte ci mise davanti Argentina e Brasile, beh, la rassegnazione era di casa. Ma i miracoli, che mai accadono ma si costruiscono, sono sempre dietro l’angolo. E fu così che guidati da “Pablito” Rossi, gli azzurri si sbarazzarono di Maradona e compagni prima e della compagine verde oro poi. In pochi giorni facemmo fuori i campioni in carica e i favoriti assoluti per la vittoria di quell’edizione.

La tripletta di Paolo Rossi contro il Brasile

Nel nostro Paese, raccontano le cronache, lo scetticismo faceva ora spazio all’esaltazione tipica dei tifosi “cronici”. I “brocchi” erano diventanti fenomeni, come per magia. In realtà quella Nazionale aveva un potenziale e una maturità che nessuno era riuscito a captare fino a quando gli “squadroni” per eccellenza non vennero mandati a casa. Fino ad Italia-Argentina la Nazionale era la sola a credere in un bellissimo sogno diventato realtà.

Noi italiani, a volte troppo miopi, non abbiamo avuto la lungimiranza necessaria per capire che nel giro di un mese le nostre vite sarebbero cambiate. Qualcuno penserà che sia un’esagerazione questa affermazione; il calcio resta pur sempre “solo” uno sport. Beh, in questo caso non è così.

L’11 luglio 1982 è la data d’inizio di una nuova storia per l’Italia. Non solo dal punto di vista calcistico, ma anche e soprattutto culturale. Dopo anni difficili, non a caso definiti “di piombo”, per il nostro Paese era il tempo di una rinascita che è partita dal calcio, la religione laica per eccellenza e che avrebbe avvolto un’intera generazione che ancora oggi ricorda, non senza un pizzico di nostalgia, i “mitici” anni ’80.

In quell’urlo di Marco Tardelli accompagnato da una corsa all’impazzata c’è tutto il senso di cosa è ancora oggi per ogni italiano il Mundial ’82. In quel gesto c’è l’Italia che gridava la propria esistenza al mondo, un’Italia orgogliosa, che non si arrende mai, l’Italia della gente.

L’urlo “mundial” di Marco Tardelli

Un Paese che sui suoi problemi ci gioca su, esattamente come il presidente Pertini, mister Bearzot, Franco Causio e capitan Dino Zoff, i quali sul volo di ritorno che riportava gli eroi a Roma vennero immortalati mentre disputavano una partita a carte. Ah, su quel tavolino, relegato ai margini, c’era un oggetto chiamato Coppa del Mondo, un particolare non da poco! Istantanee tra le mille che sfumarono d’oro quell’estate tutta azzurra.

La storica partita a carte tra il presidente Pertini e gli azzurri Campioni del Mondo

Per tutti coloro che non hanno avuto il privilegio di vivere quel Mondiale di calcio (sottoscritto compreso), l’invito è di farsi raccontare da chi ha qualche capello bianco in più cos’è stato e cosa sarà sempre per l’Italia quell’ 11 luglio 1982.

Felice Marcantonio

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