Monologo Archivi - La Voce del Sud https://www.lavocedelsud.org/category/monologo/ “Se si sogna da soli, è un sogno. Se si sogna insieme, è la realtà che comincia. ” Fri, 04 Mar 2022 09:21:43 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.7.2 199277288 A noi, cacciatori di libertà https://www.lavocedelsud.org/a-noi-cacciatori-di-liberta/ https://www.lavocedelsud.org/a-noi-cacciatori-di-liberta/#respond Fri, 31 Dec 2021 11:00:00 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=1332 L’ultimo giorno dell’anno non è nient’altro che la stazione d’arrivo di 365 giorni di viaggio. In 24 ore ognuno traccia un resoconto delle tappe toccate lungo il percorso, scende per qualche ora dal treno e poi risale con la propria valigia di “buoni propositi” per il nuovo itinerario. Ci sarà chi, per necessità o per […]

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Illustrazione di Ilaria Longobardi (dallamiap.arte)

L’ultimo giorno dell’anno non è nient’altro che la stazione d’arrivo di 365 giorni di viaggio. In 24 ore ognuno traccia un resoconto delle tappe toccate lungo il percorso, scende per qualche ora dal treno e poi risale con la propria valigia di “buoni propositi” per il nuovo itinerario. Ci sarà chi, per necessità o per scelta, sarà costretto a cambiare binario e chi invece ormai occupa quel posticino nel solito vagone che per comodità, o a volte per pigrizia, non vuole lasciare.

Il 2021 tra qualche ora arriverà a destinazione carico di speranze mai realizzate, delusioni materializzate, gioie manifestate e sogni concretizzati; insomma, scaricherà tutta la mole di roba che i passeggeri hanno portato con sé.

Su questo treno eravamo saliti in un certo numero, sicuramente maggiore rispetto a quanti oggi potremo dire di essere scesi. A pensarci bene è naturale che avvenga ciò; ad ogni stazione toccata c’è sempre chi scende e chi sale. Magari qualcuno ha perso un proprio caro, disperandosi perché ha deciso di non proseguire la strada e l’ha visto fermarsi in una “città” che in fin dei conti può essere paradossalmente l’ideale per vivere. Qualcun altro, invece, sicuramente avrà visto salire un volto lì per lì estraneo, facendo il tifo perché quell’ospite scendesse il più presto possibile o quantomeno non occupasse il posto vicino. E chissà, con tutta probabilità oggi si fermeranno un attimo, per poi proseguire ancora insieme, nuovi amici.

Quanti volti, quante storie si possono scorgere tra le carrozze. Non mi riesce difficile rintracciare le espressioni visibilmente fiere di una donna ed un uomo di etnie differenti, ma accomunati da un riconoscimento che trattengono tra le mani. Incuriosito mi avvicino ai due e vengo a conoscenza dei loro nomi e del loro lavoro. La donna si chiama Maria Ressa, è filippina e dirige un sito d’informazione chiamato “Rappler”. Lui invece si chiama Dmitry Muratov, è russo ed è il caporedattore del quotidiano “Novaya Gazeta”. Entrambi sono ciò che mi piace definire “cacciatori di libertà”. La signora Ressa, attraverso la sua penna e quella dei propri collaboratori denuncia il comportamento poco ortodosso del presidente filippino Duterte, principalmente rispetto alla sua strategia di “guerra alla droga”. Lo stesso premier ha definito la giornalista “una criminale”, emanando negli anni verso di lei una sfilza di mandati di cattura. Muratov, invece, col suo staff simboleggia un baluardo di democrazia in Russia. Nel 1990, si pensi che Michael Gorbaciov, ultimo leader sovietico, donò una cospicua somma per finanziare l’attività della Gazeta. A distanza di anni, il signor Muratov è stato insignito del premio Nobel per la Pace assieme proprio alla Ressa. Ambedue hanno dimostrato piena coscienza della propria “missione” e giorno dopo giorno affermano con i fatti che il giornalismo, se deve essere realmente utile, lo si può fare in un solo modo: raccontando la verità sempre e comunque, senza piegarsi a logiche clientelistiche.

L’”acqua inquinata”, espressione cara ad un illustre passeggero sceso da un po’ di tempo quale Enzo Biagi, non è mai arrivata nelle case dei lettori di Rappler e di Novaya Gazeta. Fedeli al concetto “etico” di giornalismo, i vincitori del rinomato premio possono legittimamente camminare a testa alta ogni giorno, saldi al loro posto per tutto il lungo viaggio della vita. Se poi qualcuno con la forza deciderà di farli scendere perché considerati “ospiti indesiderati” cosa succederà? Professionisti di questa caratura sanno bene che il segno lasciato è indelebile e, nel caso un giorno si alzeranno dal proprio posto, è altamente probabile che chi ha percorso una lunga tratta insieme a loro sceglierà di occupare quegli stessi posti con uguale peso specifico.

Di giornalisti assetati di libertà ce ne sono stati tanti. Sul treno 2021 pensate però che ben 39 di essi sono dovuti scendere in anticipo e altri 350 relegati chissà dove. Il motivo? Volevano semplicemente svolgere il proprio lavoro.

Hanno lasciato un vuoto importante, lo si avverte tra gli scompartimenti. Ma mi piace pensare che quanti hanno interrotto il cammino ora si sono ritrovati a camminare da tutt’altra parte insieme ai loro simili. Mi piace pensare, e ne sono convinto, che tutti coloro i quali sono accomunati dalla voglia e dal coraggio di fare saranno guidati dalla stessa forza delle idee di predecessori così nobili d’animo.

Lo confesso, è questo il mio “buon proposito” per il nuovo anno, la mia speranza, la mia certezza. E, guardando negli occhi ragazzi come me, saliti da febbraio in poi sempre più numerosi, sempre più volenterosi nella mia stessa carrozza, mi considero pronto tra poche ore a risalire sul treno, quello nuovo chiamato 2022 ma che partirà sempre dallo stesso binario dove ha fatto capolinea il precedente.

Ripartirò insieme a Carmela, Dario, Ilaria, Miki, Ida, Alessandro, Anna Chiara, Antonio, Carmen, Chiara, Claudia, Diana, Federica, Giusy, Isabella, Isabella, Loredana, Martina, Martina e Rosanna con il carico sufficiente di obiettivi e la sana incoscienza che può farci toccare lidi ancora sconosciuti. Il mio augurio per l’anno che verrà è rivolto a noi, cacciatori di libertà; a noi che abbiamo ancora tanta strada da percorrere insieme, magari incontrando qualcun altro che abbia la nostra stessa ambizione, il nostro stesso fine. A noi che finché ci sarà da raccontare, da scoprire, da criticare e da proporre saremo ogni fine anno lì, come oggi, in prossimità della “linea gialla” del solito binario della solita stazione ad aspettare il treno che sta per arrivare.

Felice Marcantonio

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Maradona, scugnizzo per sempre https://www.lavocedelsud.org/maradona-scugnizzo-per-sempre/ https://www.lavocedelsud.org/maradona-scugnizzo-per-sempre/#respond Thu, 25 Nov 2021 11:00:00 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=888 Ad un anno esatto dalla sua morte, ho scelto di condividere un pensiero che da appassionato di calcio, ma soprattutto da innamorato viscerale del Sud Italia, rivolsi idealmente a Diego Armando Maradona. Questi non è stato “solo” il più grande calciatore di sempre, ma ha rappresentato per i napoletani, per Napoli e, più in generale, […]

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Ad un anno esatto dalla sua morte, ho scelto di condividere un pensiero che da appassionato di calcio, ma soprattutto da innamorato viscerale del Sud Italia, rivolsi idealmente a Diego Armando Maradona. Questi non è stato “solo” il più grande calciatore di sempre, ma ha rappresentato per i napoletani, per Napoli e, più in generale, per il Meridione il riscatto sociale e politico. Un ragazzo che tirava calci ad un pallone è riuscito dove tanti politicanti hanno fallito. Con lui il Sud è entrato nella cartina geografica d’Italia e del mondo. Con lui il “sogno meridionale” è diventato realtà. Tramite lui, oggi, sognare in questa nostra amata terra è possibile.

“Caro Diego,

sento il bisogno di scriverti questa lettera semplicemente perché amo il calcio, e chi ama il calcio di conseguenza ama Maradona. È risaputo infatti che, come nella storia dei tempi esiste un a.C. ( avanti Cristo) e un d.C. ( dopo Cristo), così nella cronologia calcistica c’è un a.M. ( avanti Maradona) e un d.M. ( dopo Maradona).

Non ho mai avuto il piacere di incontrarti, ma voglio confidare che prima o poi tu leggerai anche queste mie parole tra le migliaia e migliaia che ti stanno dedicando in tutto il mondo. Del resto, è risaputo che nell’altro mondo tutto si sa e tutto si viene a sapere.

Non voglio soffermarmi sulla solita cantilena del ” genio e sregolatezza” che hai rappresentato secondo i più. D’altronde tu stesso, da fervente cattolico praticante, non ti sentivi certo un santo, né aspiravi ad esserlo. Sei stato meno comune del solito, ammettiamolo; ma sempre sincero e coerente con te stesso. Non a caso, una volta hai sostenuto di ” non voler cambiare il mondo, ma pretendendo che nessuno entrasse nel tuo per cambiarlo”. Anticonformista per eccellenza, in una società che si andava globalizzando e ci avrebbe reso tanti automi così simili, così tristi.

Oggi non voglio star qui nemmeno ad elencare i tuoi meriti sportivi, le tue doti soprannaturali per le quali non basterebbe una sola lettera. Il mio è solo un enorme GRAZIE che sento di rivolgere a te dal profondo del mio cuore. Un GRAZIE speciale per essere riuscito laddove ogni politico ha sempre fallito.

Tu solo infatti, Diego, hai dato lustro e dignità ad un popolo intero che era nel dimenticatoio della civiltà e che ci sarebbe tornato dopo la tua partenza. Con te, solo con te, Diego, Napoli è stata la capitale italiana del calcio. Gli squadroni del Nord e le loro tifoserie altro non potevano fare che riconoscere la superiorità azzurra.

Devo dirti GRAZIE per sempre Diego per aver fatto sentire speciale, invincibile e fiero di sé stesso ( unico caso nella storia) il mio amato Meridione. Non sei stato solo il più grande calciatore di tutti i tempi Diego… sarebbe troppo riduttivo caratterizzarti solo così. Sei stato un politico, il più grande che il Sud, che Napoli abbiano mai avuto. Sei stato il primo e più illustre napoletano, più napoletano dei napoletani; perché non conta dove si nasce, ma dove ci si sente a casa e ciò che si fa’ per la propria casa.

Diego tu sei stato un grande scugnizzo, refrattario ai pregiudizi, ai luoghi comuni. Sei stato un nuovo e più vincente Masaniello aizzando il popolo minuto verso la conquista del “palazzo”. E ci sei riuscito! Con te Napoli, come avrebbe detto Pino Daniele, tuo amico e ” compagno d’armi”, è stata davvero ” tutto nu suonno”. E da quel sogno, lì tra i vicoli stretti, pieni di speranza, rabbia e malinconia, nessuno si è mai svegliato.

Ti dirò di più; sono sicuro che nessuno si sveglierà mai dal ” sogno meridionale ” che tu hai costruito e che anzi, qualche modesto tuo discepolo cercherà nel suo piccolo di imitarti, combattendo per gli stessi valori nobili in cui tu credevi.

Ora ti saluto e ti lascio volare Diego, come facevi in campo. Sono certo però di due cose. La prima è che ti vedremo artefice occulto di qualche bellissimo tramonto su Castel dell’Ovo, regalandoci colori che mostravi da ragazzo, rompendo la monocromaticità di un rettangolo verde. Inoltre, so per certo anche che un giorno sentiremo tra i Quartieri Spagnoli un ragazzino correre e cantare a squarciagola intonando su’ per giu’ questo motivetto: ” Oh mamma mamma mamma… oh mamma mamma mamma… sai perché mi batte il corazòn? Ho visto Maradona! Ho visto Maradona! Uè mammà, innamorato son!”

Felice Marcantonio

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San Gennà, pienzace tu! https://www.lavocedelsud.org/san-genna-pienzace-tu/ https://www.lavocedelsud.org/san-genna-pienzace-tu/#respond Sat, 18 Sep 2021 08:48:19 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=597 Tra poche ore, Napoli festeggerà il patrono san Gennaro, che per i napoletani più che un santo è un amico, un confidente.Prendendo spunto da questo, ho deciso per l’occasione di riportare un mio monologo, se così lo possiamo definire molto amatorialmente, scritto in pieno lockdown, che riflette su un problema che da Napoli può essere […]

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Tra poche ore, Napoli festeggerà il patrono san Gennaro, che per i napoletani più che un santo è un amico, un confidente.
Prendendo spunto da questo, ho deciso per l’occasione di riportare un mio monologo, se così lo possiamo definire molto amatorialmente, scritto in pieno lockdown, che riflette su un problema che da Napoli può essere esteso in senso lato a tutto il Sud Italia.
Cosiccome i napoletani operano una certa forma di discriminazione tra di loro, a seconda che si abiti in una parte o in un’altra della città, così noi tutti meridionali tendiamo a discriminare, passatemi il termine, il nostro vicino.
Il mio desiderio che sento di confidare a san Gennaro è allora quello di vedere finalmente un sodalizio forte tra tutta la gente meridionale, senza farci la guerra a vicenda.
Lo so, di lavoro san Gennaro ne dovrà fare per esaudire questa mia preghiera! Intanto da “amico” mi sono confidato.
Per il resto… san Gennà, pienzace tu!

Napule è!
Bastano questo nome e questo verbo per definire il “mondo” Napoli.
Napoli non è una città, è uno Stato.
Napoli ha una sua lingua, non un dialetto.
Napoli è la città più bella del mondo; mare, storia si uniscono qui come in nessun’altra parte del mondo.
La Napoli che guarda sè stessa allo specchio, però, non è la stessa vista dai turisti.
Tra i suoi quartieri esiste una sorta di rivalità, a volte vera e propria ostilità, che si avverte solo se la vivi, Napoli.
La città, pardon, il mondo è diviso in due. E ciò non solo studiando la sua piantina.
C’è la parte bassa, il centro storico potremmo dire in senso lato, vero cuore di Napoli. Qui c’è l’anima verace, autentica della città. Ah! Scusate, del mondo.
Si parte da San Gregorio Armeno, via dei presepi, passando per piazza del Gesù e San Biagio dei Librai, dove l’artigianato è declinato in tutte le sue forme, e si arriva a piazza Duomo, con la cattedrale che conserva il protettore San Gennaro.
In queste viuzze, quasi ” corridoi di vita”, lo schiamazzo dei bambini, chiamati “scugnizzi”, porta subito allegria.
Tagliando idealmente in due la città, pardon, il mondo, si risale sulla collina chiamata Posillipo, confinante col quartiere “schick ” di Napoli, il Vomero.
Qui si apre davanti agli occhi un’altra città, pardon, un altro mondo.
Questo non solo perché si passa dalla meraviglia di palazzi e chiese storiche ad un panorama “marino”, ammirabile dalla famosa “terrazza” di Posillipo.
A cambiare, per chi vive Napoli, è soprattutto il costume.
Qui la gente sembra aver perso un po’ la sua ” napoletanità “. O meglio la napoletanità qui si raffina, fino a distaccarsi dal meraviglioso mondo originario, guardato con superiore distacco proprio dall’alto della collina.
I bambini qui sono definiti un po’ in senso dispregiativo ” chiattelle”.
Fa un po’ sorridere in effetti questo appellativo. Del resto, Napoli è la patria dell’ironia.
Esiste ,dunque, una Napoli che ha costruito un’immagine più nobile di sé, più pulita, da signori, e una Napoli Napoli ancorata alle sue origini e fiera delle stesse.
Chi vive Napoli sa’ tutto questo. Sa’ di questa sorta di discriminazione a tratti reciproca, a tratti unilaterale e guarda tutta la città, pardon, il mondo con una vena di malinconia sfumata dalla rabbia.
Rabbia perché Napoli non può essere due. Napoli è una e adda essere una!
“Napule è mille culure”, diceva Pino Daniele.
Che grande verità! Ma Napoli deve essere mille colori in uno! Napoli adda essere un arcobaleno meraviglioso che parte dal centro storico, risale la collina e arriva fino a Posillipo.
Napoli ha molte vedute panoramiche, tutte bellissime. Ma la più bella è quella che si può ammirare da Castel Sant’Elmo che sovrasta dall’alto questo poliedrico mondo.
Il perché è facile da spiegare. Da lì si vede tutta Napoli, una e unita… come adda essere!
Un giorno mi piacerebbe chiedere ad un napoletano del Rione Sanità: ” Cos’è Napoli per te?” e ricevere da lui questa risposta: ” Napule è!”.
Poi mi piacerebbe rivolgere la stessa domanda ad un napoletano di Posillipo e sentirmi rispondere anche da lui:
” Napule è!”.

Felice Marcantonio

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L’ESSERE ECLETTICI, UN ASPETTO SOTTOVALUTATO https://www.lavocedelsud.org/lessere-eclettici-un-aspetto-sottovalutato/ https://www.lavocedelsud.org/lessere-eclettici-un-aspetto-sottovalutato/#respond Mon, 17 May 2021 09:00:00 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=533 Partiamo da un assioma fondamentale: non tutti sono in grado di coltivare la virtù, anzi, più andiamo avanti più sembra impossibile. Ma così non è, in fondo. Oggi siamo qui per parlare di una virtù umana, tra le tante, molto screditata e sottovalutata: l’essere eclettici. Trattasi, nella definizione comune, “di chi, nella vita pratica, si […]

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Partiamo da un assioma fondamentale: non tutti sono in grado di coltivare la virtù, anzi, più andiamo avanti più sembra impossibile. Ma così non è, in fondo.

Oggi siamo qui per parlare di una virtù umana, tra le tante, molto screditata e sottovalutata: l’essere eclettici.

Trattasi, nella definizione comune, “di chi, nella vita pratica, si dedica, per lo più con successo, ad attività o professioni diverse“, oppure, in senso etico, chi prende spunto da diverse correnti di pensiero, ne prende ciò che gli sembra migliore e lo fa proprio, creando una sintesi armoniosa e molto personale. Che sia un percorso più semplice verso la felicità o un modo per poter raggiungere la saggezza e il raziocinio necessari per non cadere in estremismi vari, è certo che alla base ci sia una certa predisposizione all’ascolto, alla comprensione, e, più in generale, a saper risolvere i contrasti ed evitare l’estremismo.

Soffermiamoci sul punto che “scotta” di più: l’estremismo

Un eclettico non cade nel tranello dell’ira e delle reazioni estreme, e cerca di trovare una quadra nella situazione che si trova a vivere, eccedendo nè in ottimismo stucchevole né in pessimismo delirante, e cerca di guardare la situazione dall’alto, in modo analitico, per averne una visione a tutto tondo, puntando sempre al centro, perchè il segreto sta sempre nello scegliere il giusto mezzo. Soprattutto oggi, con una pandemia in corso e una crisi economica che torna a far capolino ad ogni toppa, l’estremismo galoppa sul cavallo del disagio, delle ingiustizie e delle promesse infrante; capiamo come, in questa situazione, sia difficile tenersi in piedi senza cadere nella trappola della rabbia e della caccia alle streghe, sapendo vedere il male dove realmente è, senza credere a tutto ciò che si sente e si vede, sopportando entro il limite che non può essere valicato. Senza dilungarci, diciamola com’è: per guardare le cose dall’alto bisogna anche sapervisi porre, in alto, il che vuol dire avere una certa levatura morale.

E così passiamo al secondo punto: il non schierarsi non vuol dire sempre vigliaccheria.

Che ci vogliate credere o no, non è detto che schierarsi sia sempre la cosa più giusta da fare, è anzi meno animalesco sapersi moderare e sembrare apatici che compiere ciò che si afferma di aborrire. Spieghiamoci meglio, non per forza si deve avere la bava alla bocca per dire o sapere che qualcosa sia sbagliata e, di conseguenza, non approvarla, tuttavia se non ci si esprime a tutti i costi si viene immediatamente appellati “vigliacchi”, eppure sapete, non vale il “continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai” di deandreana memoria usato fuori luogo. E’ una scelta, quella di essere eclettici, una scelta che comporta diverse conseguenze, ma, che ci crediate o no, potrebbe far felice un sacco di gente.

Terzo punto: anche non essere estremi è una scelta.

Ebbene si, è quella che oseremmo definire la volontà pura di essere moderati in un contesto che invece punta in una direzione opposta. Ma, un momento, non è forse la base del libero arbitrio? Non è forse il principio dell’anticonformismo? E ora chissà cosa diranno quelli che postano sui social il proprio libello anticonformista. Forse non diranno nulla a causa della dissonanza cognitiva, o si opporranno con una infinita prosopopea su quanto sia giusta la propria battaglia. Suvvia, l’estremismo non porta a nulla di buono, solo nel secolo scorso l’estremismo ha portato a due dittature abominevoli, quella nazista in Germania e quella comunista nell’ex Impero Russo; le somme di quante persone sono morte in nome e a causa delle azioni riprovevoli che certi scaltri ed avidi individui hanno commesso cavalcando le reazioni esagerate e distruttive le possiamo leggere in qualunque manuale di storia contemporanea (a tal proposito vi consigliamo il Detti-Gozzini).

In sintesi, quel che si vuole esplicare qui non è tanto un concetto filosofico quanto un modo di essere di determinate persone, quelle che non capiamo e che vorremmo assoggettate alla nostra logica aut aut, e che invece che ammirare coloro che hanno raggiunto questo grado di autocontrollo e consapevolezza di sè cerchiamo di annientare in tutti i modi. Lo scopo di questo articolo non è raccontare una storia fatta e finita bensì fare da cavallo di Troia per conoscere meglio l’altro senza doverlo per forza sminuire ed offendere. Noi esseri umani siamo strani, si spera sempre nel futuro migliore, ma con moderazione. Il cammino è lungo e faticoso, e un articolo di giornale troppo poco spazioso per parlarne ancora ma, tu che stai leggendo, cosa aspetti? Alzati e cammina.

Dario Del Viscio

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Incomprensioni https://www.lavocedelsud.org/incomprensioni/ https://www.lavocedelsud.org/incomprensioni/#respond Tue, 11 May 2021 09:00:00 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=525 Sei mai stata in mezzo alla gente e nessuno riusciva a capirti?E no, non intendo in senso metaforicoIntendo quando parli ma gli altri sono troppo impegnati con i propri discorsiTalmente tanto che le loro voci sovrastano e scamazzano la tuaE la tua voce si fa sempre più sottileIl vento ormai la porta con se, come […]

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Sei mai stata in mezzo alla gente e nessuno riusciva a capirti?
E no, non intendo in senso metaforico
Intendo quando parli ma gli altri sono troppo impegnati con i propri discorsi
Talmente tanto che le loro voci sovrastano e scamazzano la tua
E la tua voce si fa sempre più sottile
Il vento ormai la porta con se, come un dolce ricordo di un viaggio
E allora decidi di stare in silenzio ed ascoltare
Ti giudicano
“È timida la ragazza, non sa che dire” o ancora “non parli perché il gatto ti ha mangiato la lingua?”
Ti metti in gioco
Ci riprovi
Ti senti sicura
Parli di ciò che ti appassiona
Arte, musica, danza e poesia
Ti bloccano
“E dai, hai vent’anni che sono questi discorsi da vecchia”
Ti blocchi, sai che non è la cosa giusta
Ti senti forte
Parti
Come un treno
La tua voce viaggia tra le parole
Escono discorsi profondi come il mare
Cercano di bloccarti
Ma continui
Li ignori
Voli e plani tra i tuoi discorsi
“Ma dai, ora parli troppo veloce non si capisce nulla”
Ti fermi
Panico, silenzio, colpa, paura
Ora non ti senti né sicura né forte
Solo fragile
Vorresti piangere, non puoi
Scappi via
Guardi una ginestra, pensi a Leopardi
Loro non ci sarebbero mai arrivati
Ispirata da quel fiore pensi
Ti rialzi
E risplendi
Ti ami per ciò che sei
Ed ami anche i tuoi difetti

Martina Bennato

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I FANTASTICI ANNI ’60: UN RIFUGIO DI CUI ABBIAMO ANCORA BISOGNO https://www.lavocedelsud.org/i-fantastici-anni-60-un-rifugio-di-cui-abbiamo-ancora-bisogno/ https://www.lavocedelsud.org/i-fantastici-anni-60-un-rifugio-di-cui-abbiamo-ancora-bisogno/#respond Mon, 19 Apr 2021 09:00:00 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=458 “Do you need anybody? I need somebody to love Could it be anybody? I want somebody to love” L’avete letta cantando, vero? Basta poco perché With A Little Help From My Friends, popolare brano dei Beatles, balzi in mente a un qualunque ascoltatore, ascoltatore che magari non ha mai vissuto gli anni ’60 e di […]

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“Do you need anybody?

I need somebody to love

Could it be anybody?

I want somebody to love”

L’avete letta cantando, vero?

Basta poco perché With A Little Help From My Friends, popolare brano dei Beatles, balzi in mente a un qualunque ascoltatore, ascoltatore che magari non ha mai vissuto gli anni ’60 e di cui tuttavia serba memoria, memoria di un bel periodo della vita, lo vive come fosse stato lì in prima persona. Periodo in cui l’ottimismo regnava sovrano, era “vietato vietare”, periodo in cui l’umanità usciva dal suo inverno e per entrare in una colorata primavera, piena di idee e di proposte, e soprattutto, di qualunque cosa che fosse a portata di mano.

Ma la vera domanda è: perché?

E’ bene dirlo subito, gli anni ’60 sono un passaggio obbligato, ci sono un prima e un dopo, non saremmo quelli di oggi senza quel decennio, un decennio fatto di tensioni, movimenti e proposte per guidare verso un radioso futuro l’umanità, decennio scandito da eventi importanti come il successo planetario dei Beatles e della musica pop, i discorsi di Martin Luther King, la breve presidenza di John F.Kennedy, la guerra in Vietnam e lo sbarco sulla Luna. Da quel momento i valori e le priorità sono diventate altre, le generazioni giovani e alcune minoranze etniche sparse nel mondo hanno preso coscienza di sé e hanno reclamato a gran voce libertà, indipendenza e cambiamenti, in nome di quel diritto naturale che fa liberi ed uguali tutti gli uomini, un diritto che ha come cardine la libera scelta, diritto che i governi di allora faticavano a riconoscere; tanto forte fu la scossa che venne data che non fu possibile far finta di niente o tornare indietro, e grazie a nuovi mezzi come la televisione i tagli di capelli, i vestiti colorati e gli “all we are saying is give peace a chance” di John Lennon entrarono nelle case, nei luoghi di aggregazione, abbattendo barriere e distanze. Anche il Belpaese a suo modo si stava trasformando, da paese agricolo a industrializzato, con un Sud terra di emigrazione e Nord terra di opportunità, descritto benissimo dal brano di Luigi Tenco Ciao Amore Ciao. La memoria collettiva ha fatto il resto, ecco la risposta alla nostra domanda iniziale.

Ma non è tanto di fatti storici che dobbiamo parlare (quelli li possiamo desumere da Wikipedia)quanto del nostalgismo che avvolge un’epoca vista come una sorta di golden age. Detto volgarmente, si tratta di una forma di negazione della banalità del presente a favore dell’idealizzazione di un determinato periodo storico durante il quale saremmo stati più a nostro agio: è piuttosto comune, ognuno di noi ci avrà fantasticato qualche volta. Ma non è solo nostalgia, è qualcosa di più in questo caso, è un vero e proprio bisogno di riappropriarsi di sé, di portare al compimento finale la rivoluzione culturale.

Partiamo dall’esempio più evidente: se negli anni ’60 l’emancipazione della donna ha fatto passi da gigante altrettanto pochi ne sono stati fatti nella lotta e nell’abbattimento degli stereotipi e ancora oggi assistiamo a fenomeni come il catcalling, il mercimonio emotivo, l’imparità degli stipendi e delle mansioni,  il pregiudizio e la demonizzazione della donna che abbia avuto più partner, vista come una poco di buono. Tuttavia, soprattutto in questi giorni si avverte l’accorata protesta di coloro che sentono il bisogno di mettere la parola “fine” a questa pratica. La stessa nudità viene vista, specie in Italia, come un tabù, fa ancora scalpore vedere una persona come natura l’ha fatta, suscita imbarazzo e viene subito ricondotta alla sfera della trasgressione, del peccato, frutto del retaggio secolarmente cattolico. Ora come allora, la necessità di vedere il tramonto del padre-padrone o del concetto che “ci sia un posto per la donna” è molto forte e radicale, la differenza è che la piazza è diventata virtuale. Forse si abusa molto dei termini o non se ne conosce il significato quando si parte alla carica, ma la sostanza è che la rabbia è tanta e gli spazi di dialogo sono davvero pochi. Ma questo è solo un esempio. 

Più in generale abbiamo ragione di credere che, oggigiorno, ci sia una compressione così forte dei bisogni e degli spazi tali da spingere molti a chiedersi se sia davvero giusto tutto quello al quale si viene sottoposti quotidianamente, ci si chiede se forse non sia il caso di opporsi alla tirannia paternalistica dello Stato, alla prepotenza, al sopruso che sta riprendendo vigore nei comportamenti sociali; è qui che sorge un problema ulteriore, se anche opporsi come unità, come collettività, sarebbe l’ideale ciò sarebbe irrealizzabile nella pratica, visto che non amiamo “prendere freddo”, la pancia è piena e la fame è poca, onde per cui rimane tutto un mero discorso per intellettuali da salotto, per dirla con gli Zen Circus: “ormai le piazze fanno rivoluzioni solo quando sono vuote”. A ciò aggiungiamo il fatto che da marzo 2020 le idee e i progetti che avevamo sono stati sovente frustrati dai vari lockdown e restrizioni, bloccandoci in un limbo senza via d’uscita, ci sentiamo impotenti e non sappiamo dare uno scopo alla nostra vita, ci chiediamo se alla fine non sia tutto qui, se potremo mai tornare a vivere; ma la scelta la compiamo solo dopo gli interrogativi, decidendo di non far nulla, il che non vuol dire non avere aspirazioni quanto piuttosto non avere le forze sufficienti per trasformarle in azioni concrete, passando sul piano della realtà.

Ed ecco che interviene, per chi ancora è in grado di attivarla, la forza dell’astrazione che ci porta a rifugiarci in gabbie dorate, in determinati periodi. La mia gabbia preferita è costituita, sicuramente, dall’aria frizzante degli anni in cui il mondo ha avuto la forza di reagire e di cambiare rotta, gli anni in cui c’era fame e voglia di vivere, in cui si era in grado di opporsi, quell’ottimismo contagioso finisce per influenzare anche te, basta solo ascoltare un brano dei Turtles o vedere un filmato delle proteste per i diritti della gente di colore o dei festival di Monterey e Woodstock, agli albori della musica rock, in compagnia dei più grandi artisti mai esistiti, figli del baby boom (da cui boomer, guarda un po’) e della Guerra Fredda. A un certo punto, tuttavia, il sogno finisce e ritorno nel 2021, a quest’epoca che tanto mi sta stretta e in cui mi trovo a vivere.

Perché ho bisogno di un rifugio astratto in cui andare?

Bella domanda, ma lo faccio forse perché senza di esso mi sentirei perso, perché dal presente non riuscirei a cavarci un ragno dal buco, perché non riesco ad approvare quest’epoca che predica odio e prepotenza oppure, semplicemente, perché sono ancora in grado di sfruttare la mia immaginazione. E mi va bene così. Le vie terrene sono finite, quelle della mente no, e per fortuna!

Dario Del Viscio

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Fiero di essere terrone! https://www.lavocedelsud.org/fiero-di-essere-terrone/ https://www.lavocedelsud.org/fiero-di-essere-terrone/#respond Mon, 01 Mar 2021 08:00:00 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=190 ” Terrone ” è un termine di origine medievale stante a designare letteralmente i ” legati alla terra”.Col tempo, questo epiteto che attribuiva una caratterizzazione neutra ad una classe specifica di individui, assunse tratti più marcatamente dispregiativi. Infatti, nel XX secolo, “terrone” era il vocabolo con il quale si distingueva nel Nord Italia l’originario del […]

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” Terrone ” è un termine di origine medievale stante a designare letteralmente i ” legati alla terra”.
Col tempo, questo epiteto che attribuiva una caratterizzazione neutra ad una classe specifica di individui, assunse tratti più marcatamente dispregiativi.

Infatti, nel XX secolo, “terrone” era il vocabolo con il quale si distingueva nel Nord Italia l’originario del Meridione. Siamo in un periodo di grandi migrazioni di gente del Sud che, in mancanza di opportunità lavorative nella propria terra natia, emigrava verso le città industrializzate settentrionali in cerca di fortuna.

Preme sottolineare che” terrone” non veniva usato in senso vezzeggiativo, o per lo meno ciò avveniva in rari casi; il meridionale, terrone appunto, per i nordisti incarnava ogni possibile qualità negativa: rozzezza, sporcizia, ignoranza. Quasi un uomo primitivo che non aveva ancora conosciuto la civiltà.
Eppure la sua manodopera faceva comodo, eccome!
È singolare pensare, continuando in un percorso cronologico-aneddotico, che a Trento, durante il secondo conflitto mondiale, ” Terronia” era definita una zona ben precisa, l’Italia meridionale appunto.
Tutto ciò è riportato nel volume “Parole e storia” di Bruno Migliorini.
Questo ci fa riflettere su quanto fosse in ritardo, persino in tempi eccezionali come una guerra, dove il sentimento di appartenenza ad un’unica nazione sarebbe dovuto emergere in tutta la sua evidenza, il processo forse mai davvero avviato, nemmeno dal conte Cavour nell’Ottocento, di effettiva unità d’Italia.
La distinzione tra un Nord ed un Sud Italia rimase un pregiudizio comune nella mentalità italiana e non solo. Essa è ancora una sorta di ” idea innata”, avrebbe detto Platone.
Ed effettivamente, continuando il viaggio nel corso della storia, deviando verso nuovi orizzonti quali ad esempio la musica o il cinema, prenderei come esempio altre situazioni in cui, ironicamente, nella fattispecie, si parla dei terroni.
Il gruppo musicale dei 99 posse, in un suo brano canta testualmente: “Terrone, ignorante, magnate ‘o ssapone, lavate cu ll’idrante.”
Andando più a ritroso, il mito Antonio de Curtis, nella sua opera ” Totò lascia o raddoppia” butta lì questa frase:”Fugono, non fungiono! Hai capito? Terrone!”
Segni tangibili, questi esempi, di uno stereotipo, quello del ” terrone”, ormai consolidato.
Ho usato il tempo presente prima, riferendomi all’idea platonica, perché ahimè!, nei tempi attuali la discriminazione, così va definita, verso il Sud Italia è ancora forte.
Ancora più scioccante il fatto che venga palesata da alti funzionari della politica, dal neo Presidente del Consiglio, davanti all’organo che dovrebbe rappresentare in toto la massima espressione di democrazia, il Parlamento.
In occasione del voto di fiducia alle Camere per il neonato governo da egli capeggiato, il prof. Mario Draghi si lascia andare a questa considerazione: ” Nella replica di ieri, a proposito dello sviluppo nel Mezzogiorno, ho detto: sì, certo, c’è il credito d’imposta, ma la prima cosa è assicurare legalità e sicurezza. Gli altri strumenti si possono usare, si devono usare, ma se manca quella base…” (seguono applausi)
Credo che il tutto si commenti da solo. Ma vale la pena rifletterci su ‘ giacché almeno lo spirito critico nessuno potrà mai togliercelo!
Il professore in questione sottolinea come al Sud la legalità latiti.
Ma, alla constatazione mi auguro seguano fatti per invertire la rotta!
In più rifletto sul fatto che magari, da queste parole, il Nord appaia come la “terra della legalità”; me ne compiaccio lì per lì, ma è un’utopia bella e buona dato che i fatti tangibili ci descrivono di una criminalità mafiosa, giudicata anche questa prerogativa meridionale, ben radicata nel settentrione.
Le parole di un Primo Ministro dovrebbero dare speranza!
Pertanto resto costernato nel momento in cui viene palesata una mancanza di attenzione secolare verso il nostro amato Mezzogiorno e in più si sceglie la strada della rassegnazione, della stagnazione.
Quegli ” applausi ” che hanno accompagnato una infelice considerazione simile, nel cuore di un ragazzo del Sud come me fanno ancora più male, poiché sono la prova evidente di un assenso nocivo.
Dopo la costernazione e l’indignazione che mi hanno assalito in un primo momento, il lato positivo in me l’ha fatto da padrone.
Ha preso totalmente il mio animo un personaggio simbolo del
” riscatto meridionale “, Massimo Troisi. Grande attore napoletano, egli era fiero di essere nato al Sud; non perdeva occasione per manifestarlo pubblicamente, come quando disse orgogliosamente: ” Penso, sogno in napoletano. Quando parlo italiano mi sembra di essere falso.”
Quello di Troisi era un campanilismo non chiuso in sé stesso, ma integrativo. Conscio della situazione, della mancanza di fiducia verso il meridione e i meridionali, il comico di San Giorgio a Cremano, con la forza della parola, tagliente nella sua satira, riusciva a riscattare idealmente un popolo intero con lo strumento più diffuso qui al Sud:la risata! La dote che nessuno ci toglierà mai.
Rifletto ancora su un’altra considerazione di Troisi: ” A disoccupazione pure è un grave problema a Napoli, che pure stanno cercando di risolvere… di venirci incontro… stanno cercando di risolverlo con gli investimenti… no, soltanto ca poi, la volontà ce l’hanno misa… però hanno visto ca nu camion, eh… quante disoccupate ponno investi’? […] cioè, effettivamente, se in questo campo ci vogliono aiutare, vogliono venirci incontro… na politica seria, e ccose… hann’ ‘a fa’ ‘e camiòn cchiù gruosse.”
Massimo portò la ” questione meridionale ” nel suo mondo. La portò sulla scena, da neo realista, e la sviluppò proponendo soluzioni.
Non parole al vento, ma una ” politica seria”, riforme corpose che lui chiama “camiòn cchiù gruosse.”
È lui il modello da seguire per la mia generazione che, costruttrice del futuro, avrà il compito di invertire la rotta per unire davvero e finalmente un paese ancora ideale chiamato “Italia.”




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Genesi di un’utopia https://www.lavocedelsud.org/genesi-di-unutopia/ https://www.lavocedelsud.org/genesi-di-unutopia/#respond Fri, 12 Feb 2021 08:00:00 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=58 “Utopia” è una parola derivante dal greco antico che indica essenzialmente un “non luogo”, un posto che non esiste. Ragioniamo spesso su questa parola, soprattutto al giorno d’oggi, con la pandemia a stravolgere il nostro mondo nel quale un’utopia ci sembra quella di tornare alla nostra vita di prima.Un termine, dunque, inteso non in senso […]

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“Utopia” è una parola derivante dal greco antico che indica essenzialmente un “non luogo”, un posto che non esiste. Ragioniamo spesso su questa parola, soprattutto al giorno d’oggi, con la pandemia a stravolgere il nostro mondo nel quale un’utopia ci sembra quella di tornare alla nostra vita di prima.
Un termine, dunque, inteso non in senso prettamente empirico, un luogo fisico, ma traslato in senso figurato ad indicare aspirazioni e sogni che ognuno di noi possiede, o così si spera!

Un’utopia mi è sembrata, nella fattispecie, un’idea che ebbi circa un anno fa. Ragionai su una frase pronunciata da qualcuno, che recitava così: “il miglior modo per distruggere un’utopia è realizzarla”, “o almeno provarci”, dissi tra me e me. Sì, proprio così! Basta lamentarsi che “tanto le cose non cambieranno mai”; basta col dire “qui al Sud non c’è futuro”.
Basta!

C’è da fare, semplicemente fare, pensai. Un verbo che, se messo in pratica, può far nascere grandi cose o, più modestamente, può far nascere un qualcosa, può farlo esistere e non è poco!

Ergo, la mia utopia nasce sicuramente da un mix di rabbia e rancore, dettate dalla realtà che vivo qui, nel Mezzogiorno d’Italia; una terra in cui prevale il pessimismo velato da una sottile nostalgia, immaginando un “non luogo” che non c’è mai stato se è vero, come disse Pino Aprile, che “l’impoverimento del Meridione per arricchire il Nord non fu la conseguenza, ma la ragione dell’Unità d’Italia”.
Una verità a metà questa, a mio modo di vedere.
Certo è che la “questione meridionale” è un fardello da secoli. Ma, mi dico, tale “questione” esiste anche per la diffusa passività che alberga tra la gente del Sud, perché “le cose sono state sempre così” e basta, non si possono cambiare. Accontentarsi di una realtà così scontata, già data per perduta, senza possibilità di migliorarsi, credo sia un po’ come morire ogni giorno.
Bisogna sentire il dovere di cambiare le cose, o almeno provarci.

Così si pronunciò un giorno un grande italiano, Adriano Olivetti:

Spesso il termine utopia è la maniera più comoda per liquidare quello che non si ha voglia, capacità o coraggio di fare.” Che grande verità, questa!

Usciamo dal “non luogo”!
Alziamo la testa e facciamoci venire la voglia di fare, insieme! Da soli si cammina poco.
 

La mia utopia di oggi è questa: restituire dignità ad una terra che non ne ha mai avuta, una terra ammirata solo con lo sguardo da turista, anche da noi che la viviamo.
  Spero che questa avventura ci gratifichi e faccia star bene chi ci seguirà. Siamo poco più di una decina, ragazzi e ragazze meridionali con una motivazione rara: l’auspicio è diventare molte più sfumature ma sempre con un’unica “Voce del Sud”.
Sognare non costa nulla! Ma bisogna farlo insieme, perché è una convinzione ormai radicata quella suggerita da un proverbio africano che recita: “se si sogna da soli resta solo un sogno, ma se si sogna insieme è la realtà che comincia”.

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