Attualità Archivi - La Voce del Sud https://www.lavocedelsud.org/category/attualita/ “Se si sogna da soli, è un sogno. Se si sogna insieme, è la realtà che comincia. ” Fri, 28 Mar 2025 13:42:03 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.7.2 199277288 La timidezza: da limite a potenziale! https://www.lavocedelsud.org/la-timidezza-da-limite-a-potenziale/ https://www.lavocedelsud.org/la-timidezza-da-limite-a-potenziale/#respond Fri, 28 Mar 2025 13:41:53 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=9282 Se riconosciuta e gestita con consapevolezza, la timidezza, non deve essere vista come un limite invalicabile. Al contrario, può rappresentare un'opportunità per sviluppare competenze uniche, promuovere la crescita personale e raggiungere obiettivi significativi.

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La timidezza è spesso percepita come un ostacolo che limita le opportunità sociali e professionali. Tuttavia, se compresa e gestita adeguatamente, può trasformarsi in un punto di forza.

Secondo uno studio pubblicato su State of Mind, la timidezza non è un disturbo né un tratto di personalità, ma può essere vista come una difficoltà nell’affrontare situazioni sociali, caratterizzata da componenti affettive, cognitive e comportamentali.

Questo significa che i sentimenti e le emozioni legate alla timidezza possono manifestarsi in sintomi fisici. I più comuni includono:

  1. Tensione muscolare
  2. Sudorazione
  3. Battito cardiaco accelerato
  4. Nausea o disturbi gastrointestinali
  5. Arrossire
  6. Secchezza della bocca

Un approccio che può aiutare a gestire queste emozioni è la pratica di tecniche di rilassamento, come la meditazione, il respiro profondo o la terapia cognitivo-comportamentale, che possono ridurre l’intensità dei sintomi fisici associati.

Storicamente, molte figure note hanno affrontato la timidezza, dimostrando che è possibile superarla e utilizzarla invece come trampolino di lancio. Un esempio emblematico è Susan Boyle, che ha incantato il pubblico con la sua partecipazione a “Britain’s Got Talent”, dimostrando che la riservatezza può coesistere con il successo straordinario.

Inoltre, la letteratura offre rappresentazioni di personaggi che affrontano la timidezza con determinazione. Il libro “Violetta la timida” di Giana Anguissola racconta la storia di una ragazza che, attraverso esperienze pratiche, riesce a superare le proprie insicurezze, trasformando la timidezza in un’opportunità di crescita personale.

Ricorda! Nessuno è immune da nulla! Ma è importante come tu reagisci!

Per coloro che desiderano affrontare la timidezza, è fondamentale riconoscere le proprie emozioni e lavorare sull’autostima. Strategie come l’esposizione graduale a situazioni sociali e la pratica di attività che rafforzino la fiducia in sé possono essere efficaci. Ad esempio, partecipare a gruppi o attività che interessano può facilitare l’interazione sociale e ridurre l’ansia.

In conclusione, la timidezza, se riconosciuta e gestita con consapevolezza, non deve essere vista come un limite invalicabile.

Al contrario, può rappresentare un’opportunità per sviluppare competenze uniche, promuovere la crescita personale e raggiungere obiettivi significativi.

di Myrea Francesca Fino

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Lavoro nero al Sud: l’ombra che frena il futuro https://www.lavocedelsud.org/lavoro-a-nero-al-sud/ https://www.lavocedelsud.org/lavoro-a-nero-al-sud/#respond Mon, 17 Mar 2025 12:56:23 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=9315 Nel cuore del Mezzogiorno si cela un’economia sommersa che non accenna a scomparire. Il lavoro nero è una piaga che affligge il Sud da decenni, ma negli ultimi anni ha assunto proporzioni ancora più preoccupanti. Crisi economica, pressione fiscale, burocrazia opprimente e controlli insufficienti hanno spinto migliaia di persone a cercare soluzioni fuori dalle regole, […]

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Nel cuore del Mezzogiorno si cela un’economia sommersa che non accenna a scomparire. Il lavoro nero è una piaga che affligge il Sud da decenni, ma negli ultimi anni ha assunto proporzioni ancora più preoccupanti. Crisi economica, pressione fiscale, burocrazia opprimente e controlli insufficienti hanno spinto migliaia di persone a cercare soluzioni fuori dalle regole, in un sistema che, sebbene illegale, è ormai radicato nella quotidianità.

Un fenomeno che non si ferma

Non servono grandi numeri per capire l’entità del problema: basta camminare per le strade di Palermo, Napoli o Bari e ascoltare le storie di chi lavora senza tutele, senza contributi, senza garanzie. C’è il muratore che viene pagato in contanti a fine settimana, il cameriere che riceve metà stipendio fuori busta, la donna delle pulizie che guadagna dieci euro l’ora senza nessun contratto. E poi ci sono i braccianti agricoli, spesso stranieri, costretti a raccogliere pomodori per pochi euro sotto il sole cocente.

Per molti, il lavoro nero è l’unica possibilità. “Meglio questo che niente”, dicono in tanti, consapevoli di essere parte di un meccanismo che li lascia vulnerabili. Nessuna tutela in caso di malattia, nessun diritto alla pensione, nessuna garanzia di continuità. Se il datore di lavoro decide di non pagarli, difficilmente potranno far valere i propri diritti.

Il fenomeno non è limitato a settori storicamente colpiti come l’edilizia e l’agricoltura. Negli ultimi dieci anni, il lavoro irregolare si è diffuso anche nei servizi: negozi, ristoranti, assistenza domiciliare. Anche alcune start-up e piccole imprese, schiacciate dalla concorrenza e dal peso fiscale, ricorrono a contratti fantasma pur di sopravvivere.

Perché il lavoro nero è così diffuso?

Il problema del lavoro nero nel Sud Italia ha radici profonde. Da un lato, c’è la necessità di lavorare a tutti i costi: con un tasso di disoccupazione spesso superiore alla media nazionale, accettare un impiego irregolare è meglio che restare senza nulla. Dall’altro lato, c’è il peso delle tasse e della burocrazia, che scoraggia molte aziende dal regolarizzare i dipendenti. “Se pagassi tutto quello che dovrei, dovrei chiudere domani”, confessano molti imprenditori, spiegando come il sistema fiscale renda difficile la sopravvivenza di chi non ha grandi capitali alle spalle.

Ma c’è anche un fattore culturale. Il lavoro nero è spesso visto come una normalità, una “zona grigia” tollerata da tutti. Molti lavoratori accettano questa condizione perché l’hanno vissuta da sempre e non credono che il sistema possa cambiare.

I rischi per i lavoratori e per l’economia

Se da un lato il lavoro nero permette a migliaia di persone di avere un reddito, dall’altro rappresenta una minaccia per l’intera economia. Ogni lavoratore non dichiarato è un contributo mancato per il sistema pensionistico, per la sanità, per i servizi pubblici. L’evasione fiscale legata al lavoro nero pesa miliardi sulle casse dello Stato, alimentando un circolo vizioso in cui i pochi che pagano le tasse si trovano a dover sostenere un peso ancora maggiore.

Ma il rischio più grande è per i lavoratori stessi. Senza contratto, un infortunio può diventare un dramma, senza contributi il futuro è incerto. Per le donne, il problema è ancora più grave: molte lavoratrici domestiche e badanti vengono sfruttate senza possibilità di denuncia, con la paura costante di perdere il poco che hanno.

Cosa si può fare?

Contrastare il lavoro nero non è semplice, ma non è nemmeno impossibile. Servono controlli più efficaci, ma da soli non bastano: è necessario rendere più conveniente per le aziende assumere regolarmente, riducendo il costo del lavoro e snellendo le procedure burocratiche. Anche i lavoratori devono essere messi nelle condizioni di poter rifiutare il lavoro irregolare, attraverso misure di sostegno, percorsi di formazione e opportunità concrete di inserimento nel mercato legale.

Ma la vera sfida è culturale. Bisogna scardinare l’idea che il lavoro nero sia una necessità inevitabile, un compromesso accettabile per “sbarcare il lunario”. Accettarlo significa rinunciare ai propri diritti e ipotecare il futuro. Finché questa mentalità non cambierà, il Sud resterà ostaggio di un sistema che penalizza i più deboli e frena lo sviluppo. E finché il lavoro sarà nero, anche il futuro di troppi giovani continuerà ad esserlo.

Chiara Vitone

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Berlinguer in mostra a Sassari https://www.lavocedelsud.org/berlinguer-mostra-sassari/ https://www.lavocedelsud.org/berlinguer-mostra-sassari/#respond Fri, 07 Mar 2025 17:55:49 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=9302 Berlinguer è stato uno dei più grandi politici del secolo scorso. Il suo enorme successo popolare stava nel fatto che era una persona estremamente equilibrata: mai una parola di troppo in nessuna occasione, né con gli avversari, né con qualsiasi altra persona. Nel Padiglione Tavolara a Sassari, sua città natale c’è una mostra a lui […]

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Berlinguer è stato uno dei più grandi politici del secolo scorso. Il suo enorme successo popolare stava nel fatto che era una persona estremamente equilibrata: mai una parola di troppo in nessuna occasione, né con gli avversari, né con qualsiasi altra persona. Nel Padiglione Tavolara a Sassari, sua città natale c’è una mostra a lui dedicata, promossa dalla sua stessa Fondazione e dalla Fondazione Gramsci. La mostra presenta contenuti fotografici ma anche audiovisivi con dei video e dei contributi audio estrapolati dai suoi vari interventi e comizi in piazza. Berlinguer dalle stesse foto che lo ritraggono, era un uomo del popolo, lo testimoniano le numerose immagini dei suoi bagni di folla in giro per le piazze italiane e mondiali. Nella mostra sono presenti due cartine geografiche, una rappresenta i viaggi che Berlinguer ha fatto in Europa e l’altra quelli fatti nel mondo. La quantità di frecce che partono dall’Italia è davvero impressionante, paragonabile ai viaggi di un Presidente del Consiglio o del papa, ma c’è un grande assente: gli Stati Uniti, anche se aveva programmato di andarci. In compenso Berlinguer è stato spesso in Russia, per discutere del futuro del comunismo, entrando spesso anche in rotta di collisione con le correnti russe dell’epoca.

In occasione dei 40 anni dalla scomparsa è stata scritta la sceneggiatura del film Berlinguer – La grande ambizione di Marco Pettenello e Andrea Segre, come protagonista c’è Elio Germano che interpreta Berlinguer e non scimmiotta l’accento sardo, o meglio sassarese del politico turritano. Il film, uscito nel 2024, racconta la sua vita dal 1973 al 1978, anni caldi della guerra fredda nel mondo e della stagione delle Brigate Rosse in Italia con il sequestro e il successivo assassinio di Aldo Moro. Anni anche dell’ascesa del Partito Comunista Italiano. Racconta anche quell’uomo semplice, nella vita di tutti i giorni con la sua famiglia, che non ricorda dove ha messo dei soldi per poi ricordare di averli messi in un determinato libro nella libreria di casa e dice ai figli che con quei soldi li porterà fuori a cena, quell’uomo che faceva ginnastica ogni sera per alleviare i dolori dello star seduto molte ore al giorno, quell’uomo che non andava a dormire senza il suo bicchierone di latte.

Berlinguer era nato in una famiglia di nobili origini e si era formato nel Partito Comunista sassarese. Era stato esonerato dalla leva militare obbligatoria per una leggera malformazione al piede. Conseguì la maturità classica nel 1940 al Liceo Classico Azuni e si iscrisse a Giurisprudenza all’Università di Sassari, superò brillantemente il primo esame ma non si laureò mai.

Anche il padre Mario Berlinguer era entrato in politica, fu lui a presentarlo a Palmiro Togliatti, a cui fece una buona impressione, da lì inizia la sua carriera politica.

Tornò spesso in Sardegna anche quando era diventato un politico di calibro nazionale, si dedicò per tutto il tempo necessario ad ascoltare i lavoratori, operai, pastori e contadini, senza alcuna fretta.

La sua carriera fu un continuo di alti e bassi fino ad arrivare al culmine della popolarità del PCI dopo la sua morte quando il Partito superò la Democrazia Cristiana con il 33, 3% contro il 33%.

Anche la sua morta ha un che di leggendario. Fu colpito da un ictus a Padova il 7 giugno 1984 e nonostante il malore volle portare a termine il discorso con la folla che gridava “Basta Enrico!”. Si spense 4 giorni dopo in ospedale dopo che entrò in coma. Il Presidente della Repubblica, Sandro Pertini che si trovava a Padova per una visita di Stato, volle portare con sé il feretro con l’aereo presidenziale. Al suo funerale parteciparono più di un milione di persone, una cosa mai vista per un politico dell’era repubblicana, con rappresentanti internazionali di vari paesi.

Nella mostra sono presenti anche molti libri che parlano di lui e della sua politica, i suoi appunti, alcune delle sue corrispondenze, si racconta sia l’uomo politico e personaggio pubblico ma anche i suoi affetti. La mostra sarà visitabile gratuitamente fino al 19 marzo, siateci. Grazie E. B.

Alessandra Cau

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Il boom delle armi tra i giovani italiani: l’allarme in Campania https://www.lavocedelsud.org/il-boom-delle-armi-tra-i-giovani-italiani-lallarme-in-campania/ https://www.lavocedelsud.org/il-boom-delle-armi-tra-i-giovani-italiani-lallarme-in-campania/#respond Fri, 07 Mar 2025 11:00:43 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=9299 Negli ultimi anni, la crescente diffusione di armi tra i giovani italiani, in particolare nella regione Campania, sta sollevando preoccupazioni tra le autorità e la società civile. Il fenomeno è in rapida ascesa, con un incremento significativo nel numero di minori coinvolti in episodi violenti o in possesso di armi. Questo trend rappresenta una deviazione […]

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Negli ultimi anni, la crescente diffusione di armi tra i giovani italiani, in particolare nella regione Campania, sta sollevando preoccupazioni tra le autorità e la società civile. Il fenomeno è in rapida ascesa, con un incremento significativo nel numero di minori coinvolti in episodi violenti o in possesso di armi. Questo trend rappresenta una deviazione preoccupante rispetto al passato, con riflessi inquietanti per la sicurezza pubblica e la stabilità sociale, specialmente in una regione già segnata dalla criminalità organizzata.

I dati

Secondo i dati forniti dalle forze dell’ordine, la Campania, e in particolare Napoli, ha visto un preoccupante aumento dei reati legati al possesso di armi da parte dei giovani. Se, fino a qualche anno fa, il fenomeno sembrava limitato a una ristretta cerchia di delinquenti organizzati, oggi sono sempre di più i casi in cui giovani, spesso minorenni, vengono arrestati con armi da fuoco, coltelli o altri strumenti da guerra. Nel 2023, secondo il Ministero dell’Interno, sono stati sequestrati oltre 600 armi illegali nella regione, con un aumento del 25% rispetto all’anno precedente.

La Campania, storicamente teatro di una forte presenza della Camorra, è il luogo in cui l’uso di armi da fuoco è spesso legato alla gestione del potere criminale. Tuttavia, un fenomeno preoccupante è il coinvolgimento diretto dei giovani in episodi violenti. Le motivazioni alla base di questa escalation sono molteplici, ma è chiaro che le armi sono diventate un simbolo di potere, status e protezione per i giovani che si sentono vulnerabili o emarginati dalla società. In particolare, le periferie delle grandi città campane, come Napoli, Caserta e Salerno, sono i luoghi dove questo fenomeno è più radicato.

Un Confronto con il Passato

Nel passato, l’uso di armi tra i giovani in Italia era una realtà relativamente marginale, circoscritta a eventi sporadici e spesso legata al mondo della criminalità organizzata. Seppur la Camorra, la Mafia e la ‘Ndrangheta abbiano sempre avuto un ruolo predominante nel traffico e nella distribuzione di armi, questi fenomeni non erano così visibili tra la popolazione giovanile. Negli anni ’90 e nei primi anni 2000, la violenza giovanile era legata soprattutto a bande di quartiere, scontri tra bande rivali o risse.

Oggi, però, l’accesso alle armi è più facile, con una crescente presenza di fucili, pistole e altri dispositivi letali nelle mani di ragazzi sempre più giovani. Questo ha cambiato il volto della violenza nelle città italiane. Negli anni precedenti, l’arma più comune tra i giovani era il coltello, ma ora, con l’aumento delle pistole e fucili da guerra, i rischi e le conseguenze sono diventati molto più gravi.

Due episodi recenti

Il caso di Napoli: la sparatoria di Scampia (2023)

Uno degli episodi più eclatanti è quello avvenuto nella periferia di Scampia, uno dei quartieri più problematici di Napoli, nel 2023. Durante una festa di compleanno, due gruppi di giovani si sono affrontati in una sparatoria che ha coinvolto almeno quattro persone. La causa della lite, secondo le indagini, sarebbe stata legata a un debito di droga non saldato, ma la rapida escalation della violenza ha visto l’uso di armi da fuoco, alcune delle quali risultate rubate da altre organizzazioni criminali. Nonostante l’intervento tempestivo delle forze dell’ordine, che hanno arrestato diversi giovani coinvolti, il caso ha messo in luce come il possesso di armi da parte di ragazzi tra i 16 e i 19 anni sia ormai una realtà quotidiana in certi quartieri della città.

Il caso di Caserta: l’agguato ai danni di un minorenne (2024)

Un altro caso emblematico è avvenuto a Caserta, dove un minorenne di 17 anni è stato gravemente ferito da un colpo di pistola durante un conflitto tra bande rivali. Il ragazzo, che secondo le indagini aveva tentato di fare da “mediatori” tra i due gruppi, è stato ferito alla gamba, ma per fortuna non ha perso la vita. L’arma utilizzata, una pistola semiautomatica, è stata successivamente rinvenuta dai carabinieri, che hanno identificato il colpevole in un giovane affiliato a un clan locale. Questo episodio ha ulteriormente alimentato la preoccupazione sulle armi in mano ai minori e sulla rapida escalation della violenza giovanile, che non sembra accennare a fermarsi.

Il caso USA: un paragone inquietante

Se il fenomeno in Italia ha radici storiche, negli Stati Uniti il possesso di armi è un fenomeno diffuso su scala nazionale e culturalmente radicato. Ogni anno, negli Stati Uniti, si registrano migliaia di episodi di violenza giovanile legati all’uso di armi da fuoco. La situazione in Italia è ancora lontana da quella degli Stati Uniti, dove la diffusione di armi è legalizzata e diffusa, ma è interessante notare alcune somiglianze. Negli Stati Uniti, giovani adolescenti spesso entrano in possesso di armi grazie alla facilità di accesso, complice la legislazione che permette la vendita di armi anche in alcuni stati senza grandi restrizioni. In Italia, invece, sebbene l’accesso alle armi sia più regolato e le leggi siano più severe, l’aumento dei traffici illeciti ha reso più facile l’approvvigionamento delle stesse.

Un altro punto in comune tra i due Paesi è la percezione della sicurezza tra i giovani. In molte città italiane, come in quelle statunitensi, i giovani, soprattutto nelle zone più disagiate, ricorrono alle armi per sentirsi protetti. Ma mentre negli Stati Uniti questo fenomeno è frequentemente alimentato dalla cultura della “auto-difesa”, in Italia la questione è spesso più legata al controllo dei territori da parte di gruppi criminali.

Esistono possibili soluzioni?

Il fenomeno del possesso e dell’uso di armi tra i giovani italiani, è una realtà preoccupante che richiede una riflessione approfondita e azioni concrete da parte delle autorità. La risposta delle istituzioni, dalle forze dell’ordine alla politica, dovrà essere tempestiva ed efficace, per evitare che questo fenomeno diventi una piaga ancora più difficile da estirpare.

Perché accade tutto questo?

L’impoverimento delle capacità metacognitive porta i giovani a difficoltà nel pensiero critico, nella connessione tra azioni e conseguenze e nella costruzione di nessi causali. Il dialogo si riduce, mentre le risposte immediate e polarizzate prevalgono. L’aumento di rabbia e disperazione si manifesta per questo motivo in comportamenti estremi, come l’utilizzo di armi, che anestetizzano o aggravano il disagio adolescenziale.

Loredana Zampano

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Terra dei fuochi: la condanna della Corte Europea tra l’assenza dello Stato e le distrazioni di massa https://www.lavocedelsud.org/terra-dei-fuochi-la-condanna-della-corte-europea-tra-lassenza-dello-stato-e-le-distrazioni-di-massa/ https://www.lavocedelsud.org/terra-dei-fuochi-la-condanna-della-corte-europea-tra-lassenza-dello-stato-e-le-distrazioni-di-massa/#respond Mon, 24 Feb 2025 11:00:00 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=9268 La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia per la gestione criminale della “Terra dei Fuochi“. Un verdetto che certifica una verità dolorosa e, per certi versi, scomoda: lo Stato italiano ha consapevolmente messo a rischio la vita di milioni di cittadini, lasciando che la criminalità organizzata avvelenasse la terra, l’acqua e l’aria in […]

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La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia per la gestione criminale della “Terra dei Fuochi“.

Un verdetto che certifica una verità dolorosa e, per certi versi, scomoda: lo Stato italiano ha consapevolmente messo a rischio la vita di milioni di cittadini, lasciando che la criminalità organizzata avvelenasse la terra, l’acqua e l’aria in una delle aree più densamente popolate del paese.

Una condanna che arriva con anni di ritardo, dopo decenni di negligenza, di false promesse e di negazione del problema, mentre la politica locale e nazionale ha preferito girarsi dall’altra parte.

E, chissà come mai, proprio nei giorni in cui la Corte di Strasburgo emetteva la sua sentenza contro lo Stato italiano, i media si sono scatenati nel parlare del “fenomeno Roccaraso“.

Il cuore malato della Campania

Nel 2003, fu Legambiente a coniare il termine “Terra dei fuochi” per descrivere il territorio tra Napoli e Caserta, dove i rifiuti speciali venivano bruciati o interrati dalla criminalità organizzata, a partire dagli anni ’90.

Il fenomeno è stato ben documentato: roghi notturni alimentati da rifiuti tossici, discariche abusive, smaltimento illegale di materiali industriali. Una ferita che non solo ha devastato l’ambiente, ma ha messo a rischio la salute di milioni di persone.

Il danno ambientale è evidente: coltivazioni compromesse, falde acquifere contaminate, animali avvelenati. Ma drammatico è, ovviamente, anche l’effetto sulla salute umana, come evidenziato da numerosi studi. L’istituto Superiore di Sanità ha confermato un incremento significativo di tumori e malformazioni, con 1.600 morti in eccesso ogni anno rispetto alla media nazionale.

Non sono solo le associazioni come Legambiente a denunciare la situazione: anche i sindacati, la Chiesa e numerosi comitati cittadini, si sono mobilitati negli anni. Tuttavia, la prima sentenza definitiva della Corte di Cassazione contro i gestori di una discarica illegale è arrivata solo nel 2021, ben ventisette anni dopo la prima denuncia di Legambiente. Decisamente troppo tardi!

Terra dei Fuochi“: la condanna Europea

Nel 2025, finalmente, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha stabilito che l’Italia è colpevole di violare il diritto alla vita degli abitanti della Terra dei Fuochi.

La Corte ha condannato lo Stato per non aver agito con sufficiente tempestività nell’affrontare l’inquinamento e nel proteggere la salute pubblica. Per la prima volta uno dei più importanti tribunali internazionali ha messo nero su bianco le responsabilità dello Stato italiano nella gestione di una delle crisi ambientali più gravi del paese.

Ha riconosciuto che lo Stato fosse consapevole della situazione sin dagli anni ’90, ma ha mancato di adottare misure adeguate, lasciando milioni di persone esposte al rischio per decenni.

La CEDU ha ordinato all’Italia di adottare una strategia articolata per la bonifica dei territori contaminati, istituire un monitoraggio indipendente e creare una piattaforma di informazione pubblica entro due anni.

La gravità della sentenza non può essere sottovalutata. Si tratta di un’accusa diretta alla politica italiana, che ha ignorato o minimizzato il problema, trattandolo come una questione locale e temendo, forse, di scontrarsi con poteri economici e criminali radicati nel territorio. Ma la Terra dei Fuochi non è solo un problema della Campania, è una ferita del paese intero.

Eppure, proprio nel momento in cui l’Italia è chiamata a rispondere delle sue colpe, i media si sono fossilizzati su ben altre narrazioni.

Una triste realtà

E così, c’è ancora chi in Italia non sa cosa sia la Terra dei Fuochi. Eppure, non si tratta di un fenomeno limitato alla Campania, ma di un simbolo delle falle sistemiche nella gestione dei rifiuti in tutta Italia, di come l’illegalità e la corruzione siano riuscite a radicarsi a tal punto da mettere in pericolo non solo l’ambiente, ma la stessa salute pubblica. (Clicca QUI per: La Puglia è la nuova “Terra dei fuochi”?)

La risposta, forse, risiede nella difficoltà di affrontare una verità scomoda? È molto più facile parlare di questioni futili che non mettono in discussione la coscienza nazionale, invece di ammettere che l’Italia ha permesso che la propria terra venisse avvelenata e che la propria gente venisse sacrificata sull’altare dell’illegalità e della corruzione.

La Terra dei Fuochi è una ferita che non smette di sanguinare, una piaga ambientale e sociale che ha messo a rischio la vita di migliaia di persone e continua a farlo. La sentenza della Corte Europea è un primo passo, ma non basta.

Ora tocca all’Italia fare davvero i conti con il suo passato e con la propria incapacità di proteggere i suoi cittadini, anzitutto risolvendo le gravi carenze nella gestione dei rifiuti, per tutelare finalmente la salute e l’ambiente.

E questa volta dovrà farlo davvero, non ci si può più girare dall’altra parte.

Carmela Fusco

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Il lavoro minorile in Campania: un’inquietante realtà nascosta o quasi https://www.lavocedelsud.org/il-lavoro-minorile-in-campania-uninquietante-realta-nascosta-o-quasi/ https://www.lavocedelsud.org/il-lavoro-minorile-in-campania-uninquietante-realta-nascosta-o-quasi/#respond Mon, 10 Feb 2025 11:00:03 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=9237 Il lavoro minorile, purtroppo, è ancora una realtà diffusa in molte parti del mondo, e l’Italia non fa eccezione. Nel nostro Paese si può lavorare legalmente dai 16 anni, dopo aver completato l’obbligo scolastico. Tuttavia, un’indagine rivela che quasi un ragazzo su cinque tra i 14 e i 15 anni lavora o ha lavorato prima […]

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Il lavoro minorile, purtroppo, è ancora una realtà diffusa in molte parti del mondo, e l’Italia non fa eccezione. Nel nostro Paese si può lavorare legalmente dai 16 anni, dopo aver completato l’obbligo scolastico. Tuttavia, un’indagine rivela che quasi un ragazzo su cinque tra i 14 e i 15 anni lavora o ha lavorato prima di questa età. Questo può mettere a rischio la loro istruzione e crescita. Inoltre, la mancanza di dati precisi sul lavoro minorile rende difficile contrastare il problema.

I ragazzi, molto spesso, lavorano per molte ore, senza alcuna protezione, con salari miseri, spesso sotto il minimo legale, e in ambienti che non rispettano le normative di sicurezza. Il tutto mentre l’istruzione, un diritto fondamentale, viene sacrificata, compromettendo il futuro di questi giovani.

Le rilevazioni del fenomeno in Campania

Tra le varie regioni, in particolare, la Campania si trova a fronteggiare una situazione complessa e delicata. Secondo studi condotti negli ultimi decenni, la regione ha da tempo un alto tasso di minori impiegati illegalmente, con Napoli come epicentro di questa emergenza sociale. Il lavoro minorile prolifera principalmente in settori come la ristorazione (25,9%) e il commercio al dettaglio in negozi e attività commerciali (16,2%), seguiti dall’agricoltura (9,1%), dall’edilizia (7,8%) e dalle attività di cura continuativa di parenti (7,3%). Tuttavia, emergono anche nuove forme di impiego online (5,7%), come la creazione di contenuti per i social media o i videogiochi, oltre al reselling di sneakers, smartphone e pods per sigarette elettroniche.

In molte zone della Campania, questa pratica è quasi “normalizzata”, eppure è il frutto di un sistema di sfruttamento che ha radici profonde, legate alla povertà, alla disoccupazione e alla criminalità organizzata che, in alcuni casi, controlla questi settori. Le organizzazioni camorristiche vedono nei minori una risorsa preziosa: privi di un forte sostegno familiare e spesso costretti ad abbandonare la scuola per contribuire al sostentamento domestico, questi giovani diventano facili prede del crimine organizzato. In cambio di una sicurezza economica apparente, i ragazzi vengono coinvolti in attività come lo spaccio di droga, il contrabbando, l’estorsione e persino atti di violenza, con una progressiva iniziazione al mondo della criminalità. Le indagini della Direzione Investigativa Antimafia (DIA) hanno evidenziato come la devianza minorile tragga linfa proprio dalle organizzazioni criminali, ispirandosi a modelli di comportamento che incentivano l’emulazione e l’identificazione. Il contesto in cui questi giovani crescono li spinge a vedere la criminalità come un’opportunità di riscatto sociale, piuttosto che come una minaccia per il loro futuro.

Altri fattori che conducono allo sfruttamento minorile

Uno dei principali motori sicuramente è la povertà, che spinge le famiglie a far lavorare i propri figli per contribuire al sostentamento domestico. La disoccupazione degli adulti è un altro fattore chiave: quando i genitori non riescono a trovare un impiego, i figli diventano una risorsa economica da sfruttare. Inoltre, la discriminazione di genere, etnica o sociale contribuisce ulteriormente al problema, rendendo alcuni gruppi di bambini più vulnerabili di altri. In aggiunta, gli abusi familiari e la negligenza genitoriale spesso costringono i minori a cercare indipendenza economica per sopravvivere.

L’abbandono scolastico

L’altra piaga sociale che aggrava il fenomeno del lavoro minorile è l’abbandono scolastico che rappresenta un fallimento del sistema educativo. Gli studi mostrano che a interrompere prematuramente gli studi sono spesso i giovani più svantaggiati, sia economicamente che socialmente. Questo è particolarmente rischioso perché amplifica le disuguaglianze già esistenti. Le conseguenze negative non si limitano al singolo individuo: quando il fenomeno diventa diffuso, l’intera società ne risente, diventando più impoverita e fragile.

Strategie di contrasto

L’oscura realtà del lavoro minorile in Campania è una ferita aperta, che ogni anno continua a infliggersi senza trovare una cura definitiva. La cosa più drammatica, però, è che spesso la società sembra ignorare o sottovalutare la gravità del problema, come se fosse un elemento naturale e inevitabile di un sistema che lascia indietro troppe persone.

Invece di concentrarsi su palliativi o soluzioni temporanee, la comunità dovrebbe fare uno sforzo collettivo per eliminare le radici profonde di questo problema: la povertà, l’ignoranza e l’assenza di politiche di inclusione sociale. La lotta al lavoro minorile non può essere vinta senza una visione a lungo termine che garantisca a ogni ragazzo un futuro migliore, fatto di istruzione, crescita e speranza. Solo così si potrà costruire una società giusta, che non lasci indietro i più vulnerabili.

Loredana Zampano

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Culle termiche, cosa sono e qual è il loro vero scopo? https://www.lavocedelsud.org/culle-termiche-cosa-sono-e-a-cosa-servirebbero/ https://www.lavocedelsud.org/culle-termiche-cosa-sono-e-a-cosa-servirebbero/#respond Mon, 10 Feb 2025 11:00:00 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=9233 Nonostante possa essere un grandissimo momento di gioia, la nascita di un bambino in alcuni casi puo’ comportare delle vere e proprie difficoltà. I nati prima della 37° esima settimana possono avere problemi nel mantenere una temperatura corporea adeguata per cui necessitano di un ambiente controllato per favorire la loro crescita e sopravvivenza. In questo […]

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Nonostante possa essere un grandissimo momento di gioia, la nascita di un bambino in alcuni casi puo’ comportare delle vere e proprie difficoltà. I nati prima della 37° esima settimana possono avere problemi nel mantenere una temperatura corporea adeguata per cui necessitano di un ambiente controllato per favorire la loro crescita e sopravvivenza.

In questo contesto, le culle termiche rappresentano una tecnologia fondamentale per garantirlo.

La culla termica, chiamata anche incubatrice neonatale, è un dispositivo medico progettato fornisce al nascituro un ambiente simile a quello del grembo materno, creando condizioni ideali affinché il neonato possa svilupparsi senza dispendere troppa energia, così da mantenere calore corporeo. Alcune sono anche dotate di sistemi che controllano l’umidità, il livello di ossigeno e la ventilazione, aspetti fondamentali per neonati con difficoltà respiratorie o con apparato polmonare non ancora ben sviluppato.

Il meccanismo delle incubatrici neonatali è basato su un sistema di sensori di monitoraggio della temperatura del bambino prevenendo l’ipotermia. Molte sono anche dotate di letti inclinabili, altre di aperture laterali e di un sistema che possa monitorare determinati parametri.

Le culle termiche hanno rappresentato una grande rivoluzione, permettendo la sopravvivenza di migliaia di neonati prematuri, abbassando i tassi di mortalità. Oltre al supporto medico permettono anche di mantenere il legame tra il nascituro ed i genitori, essenziale per il benessere del bambino, garantendo un equilibrio tra assistenza medica e tecnologica e supporto emotivo al bambino e alla famiglia.

Attualmente in Italia ci sono circa 60 culle per la vita, collocate in ospedale parrocchie e associazioni, in luoghi che garantiscano una certa privacy alle famiglie.

Tra questi luoghi vi è anche la Chiesa di San Giovanni Battista a Bari.

La parrocchia possedeva una culla termica, la quale dava una possibilità di sopravvivenza a quei bambini nati da famiglie sbagliate o in difficoltà.

Eppure, il 2 gennaio 2025 è stato ritrovato un neonato senza vita.

Le indagini preliminari indicano che il decesso sia avvenuto per ipotermia, a causa di un mancato funzionamento del sistema di allarme che avrebbe dovuto avvisare il parrocco della presenza del bambino. E’ probabile che la porta della stanza non sia stata chiusa correttamente nel momento dell’abbandono, impedendo l’attivazione dell’allarme.

Al di là delle indagini che saranno state svolte successivamente, ciò che emerge è un senso di rammarico di non poco conto.

La domanda sorge spontanea: è davvero opportuno garantire la disponibilità di dispositivi complessi, come le culle termiche, in luoghi che non siano ospedali o strutture sanitarie professionalizzate, che possano dare una vera e propria assistenza e attenzione anche alle famiglie?

Inoltre, questa disseminazione delle culle termiche fornisce alle famiglie in difficoltà la possibilità abbandonare in anonimo il nascituro, ma fino a che punto occorre incrementare questo fenomeno? In questo modo, oltre a diventare un sistema di salvataggio, non potrebbe diventate una scorcitoia per quelle famiglie insensatamente pro-vita ma con serie difficoltà economiche e non?

Non sarebbe meglio disseminare un concetto che prevede la libertà e possibilità di interruzione della gravidanza, qualora non ci sia la possibilità di sostenere la nascita di un bambino e si abbia l’intenzione abbandonarlo?

Claudia Coccia

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Le Vele di Scampia: simbolo di un’utopia fallita, quale futuro per il quartiere? https://www.lavocedelsud.org/le-vele-di-scampia-simbolo-di-unutopia-fallita-quale-futuro-per-il-quartiere/ https://www.lavocedelsud.org/le-vele-di-scampia-simbolo-di-unutopia-fallita-quale-futuro-per-il-quartiere/#respond Mon, 27 Jan 2025 11:24:15 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=9207 A pochi chilometri dal cuore pulsante di Napoli, il quartiere di Scampia e le sue Vele raccontano una storia di ambizioni urbanistiche, degrado sociale e lotta per la rinascita. Con lo sgombero definitivo degli ultimi residenti si chiude così un capitolo lungo oltre cinquant’anni. Ma quale futuro attende questa periferia, che per troppi anni è […]

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A pochi chilometri dal cuore pulsante di Napoli, il quartiere di Scampia e le sue Vele raccontano una storia di ambizioni urbanistiche, degrado sociale e lotta per la rinascita.

Con lo sgombero definitivo degli ultimi residenti si chiude così un capitolo lungo oltre cinquant’anni. Ma quale futuro attende questa periferia, che per troppi anni è stata sinonimo di disagio e criminalità?

La nascita delle Vele

Le Vele di Scampia nascono tra il 1962 e il 1975 su progetto dell’architetto Franz Di Salvo, con l’obiettivo di offrire una soluzione abitativa moderna per le classi popolari.

Ispirato alle teorie innovative di Le Corbusier, Di Salvo immaginava edifici che, con i loro ballatoi e spazi comuni, avrebbero ricreato la vivacità dei vicoli napoletani, favorendo relazioni sociali tra gli abitanti. Le sette strutture triangolari, alte 45 metri e capaci di ospitare circa 6.500 persone, dovevano rappresentare un simbolo di progresso in un’area in rapida espansione.

Tuttavia, la realtà si rivelò molto diversa dall’utopia progettata. La mancata realizzazione degli spazi comuni, i tagli ai finanziamenti e le modifiche al progetto originale segnarono il destino degli edifici sin dalla nascita.

Dopo il terremoto del 1980, la situazione peggiorò ulteriormente: molte famiglie sfollate occuparono abusivamente le Vele, portando a una sovrappopolazione e aggravando le condizioni di degrado.

Un’utopia fallita

Negli anni ’80, Scampia si trasformò in uno dei principali mercati della droga in Europa, con la camorra che sfruttava il contesto di emarginazione sociale per rafforzare il proprio controllo sul territorio.

Le Vele divennero presto sinonimo di criminalità, teatro di sanguinose faide tra clan e luoghi di desolazione per migliaia di famiglie intrappolate in un contesto senza prospettive.

La narrazione cinematografica e televisiva ha contribuito a cementare questa immagine: film come Gomorra e la serie omonima (ma non solo), hanno fatto delle Vele un simbolo globale di degrado urbano, rendendo Scampia una metafora della lotta contro le disuguaglianze e il potere delle mafie.

Le Vele di Scampia: dall’abbattimento al progetto di rinascita

Le prime risposte istituzionali arrivarono solo negli anni ’90, con l’inizio delle demolizioni. Tra il 1997 e il 2003 furono abbattute tre delle sette Vele (F, G, H), mentre le restanti presero nomi cromatici: Verde, Gialla, Rossa e Celeste. La Vela Verde è stata demolita nel 2020, lasciando in piedi solo le ultime tre.

Il crollo di un ballatoio nella Vela Celeste, avvenuto nel luglio 2024 e costato la vita a tre persone, ha segnato una svolta decisiva. L’evento ha spinto il Comune di Napoli a ordinare lo sgombero immediato delle Vele Rossa e Gialla, lasciando temporaneamente vuota anche la Celeste. Gli abitanti, circa mille persone, hanno ricevuto assistenza per trovare nuovi alloggi, ma il futuro rimane incerto.

Il progetto ReStart Scampia, finanziato attraverso i fondi del PNRR con un investimento complessivo di 159 milioni di euro, prevede la demolizione delle Vele Gialla e Rossa e la riqualificazione della Vela Celeste per ospitare uffici pubblici. A quest’ultima sono destinati circa 18 milioni di euro, con l’intento di preservare un simbolo della storia di Napoli senza procedere al suo abbattimento.

La riqualificazione include anche la costruzione di nuovi edifici residenziali e spazi verdi, ma i dubbi sul rispetto dei tempi e sull’efficacia del piano rimangono.

Quale sarà il futuro del quartiere?

Le Vele di Scampia, nel bene e nel male, rappresentano molto più che un complesso architettonico: sono un simbolo di una Napoli che ha sofferto, lottato e continua a cercare il suo riscatto. Per chi le ha vissute, le Vele sono state tanto una casa quanto una trappola, un luogo di comunità e di isolamento, un teatro di sogni infranti e di speranze mai del tutto spente.

Con il progetto ReStart Scampia, si guarda al futuro, ma è impossibile dimenticare il passato. Ogni mattone abbattuto porta con sé storie di famiglie, di bambini cresciuti tra quei ballatoi, di dolore, ma anche di straordinaria resilienza.

La Vela Celeste, che rimarrà in piedi come traccia tangibile di questa storia, sarà un monito per le istituzioni e un ricordo per chi ha vissuto nel quartiere.

Scampia merita una nuova vita, ma senza dimenticare ciò che è stata.

Carmela Fusco

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Napoli e la crisi dei trasporti pubblici: un viaggio tra disservizi e promesse non mantenute https://www.lavocedelsud.org/napoli-e-la-crisi-dei-trasporti-pubblici/ https://www.lavocedelsud.org/napoli-e-la-crisi-dei-trasporti-pubblici/#respond Wed, 22 Jan 2025 11:00:00 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=9200 Napoli, la terza città più grande d’Italia, soffre da tempo di una crisi cronica nel settore dei trasporti pubblici. Tra ritardi, corse soppresse e linee interrotte, i cittadini si trovano spesso a fare i conti con un sistema che non riesce a soddisfare le esigenze di una metropoli in costante movimento. Autobus: quando il ritardo […]

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Napoli, la terza città più grande d’Italia, soffre da tempo di una crisi cronica nel settore dei trasporti pubblici. Tra ritardi, corse soppresse e linee interrotte, i cittadini si trovano spesso a fare i conti con un sistema che non riesce a soddisfare le esigenze di una metropoli in costante movimento.

Autobus: quando il ritardo diventa routine

Gli autobus gestiti dall’Azienda Napoletana Mobilità (ANM) rappresentano uno dei pilastri del trasporto pubblico cittadino, ma la loro efficienza lascia molto a desiderare. Ritardi frequenti e corse annullate senza preavviso sono all’ordine del giorno. Una pendolare, intervistata mentre attendeva un autobus in ritardo di oltre 40 minuti, racconta:
“Sono costretta a partire con un’ora di anticipo rispetto all’orario necessario, altrimenti rischio di arrivare in ritardo al lavoro. Questo non è più un servizio pubblico, è una lotteria.”

A peggiorare la situazione, il 10 gennaio scorso, uno sciopero di quattro ore ha paralizzato la città, lasciando migliaia di persone bloccate. La situazione è resa ancor più critica dall’età avanzata dei mezzi, spesso sovraffollati e non sempre adeguati per i passeggeri con mobilità ridotta.

Metropolitana: una rete moderna ma poco affidabile

La linea 1 della metropolitana di Napoli, spesso definita una delle più belle del mondo per le sue stazioni artistiche, si scontra con una realtà ben diversa. I pendolari lamentano la scarsa frequenza delle corse e i continui disagi. Recentemente, dal 13 al 16 gennaio, le ultime corse sono state anticipate, costringendo molti lavoratori a cercare alternative, spesso più costose.

La linea 6, invece, è attiva solo parzialmente e con orari limitati, mentre la linea 11 (la cosiddetta Circumvesuviana, gestita dall’Ente Autonomo Volturno) soffre di gravi carenze infrastrutturali e di sicurezza, rendendo i viaggiatori vulnerabili a disservizi e ritardi.

Linea Cumana: un’altra linea interrotta

L’ennesima dimostrazione della crisi dei trasporti in Campania è rappresentata dalla linea Cumana, che collega Napoli all’area flegrea. Dal 7 gennaio, la tratta Pozzuoli-Torregaveta è stata sospesa a causa di problemi strutturali legati alla staticità del suolo nei pressi della stazione di Pozzuoli. L’interruzione ha costretto EAV a introdurre servizi sostitutivi su gomma, che però non riescono a compensare il disagio.

Un residente di Pozzuoli denuncia: “Per andare al lavoro devo prendere tre mezzi diversi e impiego quasi due ore. Prima bastava un solo treno. Ci sentiamo completamente abbandonati.”

I social come sfogo dei cittadini

La frustrazione dei pendolari trova voce sui social media, dove gruppi e pagine dedicate ai trasporti raccolgono segnalazioni quotidiane di disservizi. Foto di autobus sovraffollati, vagoni sporchi e tabelloni con corse inesistenti testimoniano un malcontento sempre più diffuso.

Un sistema da riformare

La situazione dei trasporti pubblici a Napoli e in Campania richiede interventi strutturali urgenti. Le promesse di miglioramenti da parte delle istituzioni non possono più bastare. Servono investimenti concreti per il rinnovamento dei mezzi, la manutenzione delle infrastrutture e un piano organizzativo che garantisca ai cittadini un servizio adeguato.

Napoli, con il suo patrimonio storico e artistico, merita una rete di trasporti all’altezza della sua fama. Perché il diritto alla mobilità è una questione fondamentale, non un lusso.

Chiara Vitone

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Giovani Campani: Tra sogni di successo al Nord e la sfida di crescere al Sud https://www.lavocedelsud.org/sogni-al-nord-e-la-sfida-di-riscoprire-il-futuro-al-sud/ https://www.lavocedelsud.org/sogni-al-nord-e-la-sfida-di-riscoprire-il-futuro-al-sud/#respond Mon, 13 Jan 2025 11:00:19 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=9184 Negli ultimi decenni, la Campania ha visto un numero crescente di giovani talenti lasciare la regione. Secondo i dati ISTAT, tra il 2015 e il 2023 oltre 200.000 giovani di età compresa tra i 18 e i 34 anni si sono trasferiti altrove. Le principali mete sono le città del Nord Italia, come Milano, Bologna […]

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Negli ultimi decenni, la Campania ha visto un numero crescente di giovani talenti lasciare la regione. Secondo i dati ISTAT, tra il 2015 e il 2023 oltre 200.000 giovani di età compresa tra i 18 e i 34 anni si sono trasferiti altrove. Le principali mete sono le città del Nord Italia, come Milano, Bologna e Torino, o capitali europee come Berlino, Londra e Amsterdam. Il fenomeno si è intensificato a causa delle difficoltà economiche e della cronica mancanza di opportunità nel Mezzogiorno, ma le ragioni vanno oltre.

Le motivazioni che spingono i giovani a partire

A spingere i giovani campani verso altre destinazioni sono la ricerca di condizioni di lavoro migliori, stipendi più competitivi e una maggiore meritocrazia. Molti di loro sono altamente qualificati, spesso laureati in discipline STEM (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica), economia o sanità, ma trovano difficoltà nel tradurre il proprio percorso di studi in un lavoro stabile e ben retribuito nella loro terra d’origine.

Oltre agli aspetti economici, pesa anche il desiderio di un ambiente più dinamico, con opportunità di crescita professionale e maggiore attenzione all’innovazione. Al Nord e all’estero, infatti, la percezione è che il talento venga riconosciuto e valorizzato più rapidamente, mentre nel Sud Italia molti giovani denunciano un sistema poco meritocratico e dominato da relazioni personali o logiche di raccomandazione.

South working: una nuova opportunità per il Sud

Nonostante il fenomeno dell’emigrazione giovanile continui, negli ultimi anni si è affermata una tendenza opposta, il “south working”. Questa pratica, favorita dall’espansione del lavoro da remoto durante la pandemia, consente a molti giovani di lavorare per aziende situate al Nord o all’estero, ma rimanendo fisicamente nel Sud Italia.

Il south working offre numerosi vantaggi: i giovani possono godere del calore familiare, di una qualità della vita spesso migliore e di un costo della vita inferiore rispetto al Nord. Inoltre, questa pratica ha portato nuova vitalità in alcune aree del Sud, con un ritorno della popolazione attiva che investe nei territori locali. Tuttavia, il south working non è privo di sfide. Per essere pienamente sostenibile, richiede infrastrutture digitali adeguate, spazi di coworking diffusi e politiche che supportino il lavoro da remoto.

Le prospettive future: trattenere i talenti e favorire il rientro

Se da un lato il south working rappresenta un’opportunità per trattenere i giovani, dall’altro non può essere la soluzione definitiva alla fuga dei talenti. Per invertire realmente la tendenza, la Campania deve investire in politiche strutturali: infrastrutture moderne, incentivi per le imprese locali, innovazione tecnologica e una forte attenzione al capitale umano.

Solo attraverso un cambiamento sistemico sarà possibile non solo trattenere i giovani talenti, ma anche attrarne di nuovi. La speranza è che la Campania e il Sud Italia possano diventare territori dove i giovani non debbano più scegliere tra il sogno di una carriera e il desiderio di rimanere nella propria terra.

Loredana Zampano

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