Nel cuore del Mezzogiorno si cela un’economia sommersa che non accenna a scomparire. Il lavoro nero è una piaga che affligge il Sud da decenni, ma negli ultimi anni ha assunto proporzioni ancora più preoccupanti. Crisi economica, pressione fiscale, burocrazia opprimente e controlli insufficienti hanno spinto migliaia di persone a cercare soluzioni fuori dalle regole, in un sistema che, sebbene illegale, è ormai radicato nella quotidianità.
Un fenomeno che non si ferma
Non servono grandi numeri per capire l’entità del problema: basta camminare per le strade di Palermo, Napoli o Bari e ascoltare le storie di chi lavora senza tutele, senza contributi, senza garanzie. C’è il muratore che viene pagato in contanti a fine settimana, il cameriere che riceve metà stipendio fuori busta, la donna delle pulizie che guadagna dieci euro l’ora senza nessun contratto. E poi ci sono i braccianti agricoli, spesso stranieri, costretti a raccogliere pomodori per pochi euro sotto il sole cocente.
Per molti, il lavoro nero è l’unica possibilità. “Meglio questo che niente”, dicono in tanti, consapevoli di essere parte di un meccanismo che li lascia vulnerabili. Nessuna tutela in caso di malattia, nessun diritto alla pensione, nessuna garanzia di continuità. Se il datore di lavoro decide di non pagarli, difficilmente potranno far valere i propri diritti.
Il fenomeno non è limitato a settori storicamente colpiti come l’edilizia e l’agricoltura. Negli ultimi dieci anni, il lavoro irregolare si è diffuso anche nei servizi: negozi, ristoranti, assistenza domiciliare. Anche alcune start-up e piccole imprese, schiacciate dalla concorrenza e dal peso fiscale, ricorrono a contratti fantasma pur di sopravvivere.
Perché il lavoro nero è così diffuso?
Il problema del lavoro nero nel Sud Italia ha radici profonde. Da un lato, c’è la necessità di lavorare a tutti i costi: con un tasso di disoccupazione spesso superiore alla media nazionale, accettare un impiego irregolare è meglio che restare senza nulla. Dall’altro lato, c’è il peso delle tasse e della burocrazia, che scoraggia molte aziende dal regolarizzare i dipendenti. “Se pagassi tutto quello che dovrei, dovrei chiudere domani”, confessano molti imprenditori, spiegando come il sistema fiscale renda difficile la sopravvivenza di chi non ha grandi capitali alle spalle.
Ma c’è anche un fattore culturale. Il lavoro nero è spesso visto come una normalità, una “zona grigia” tollerata da tutti. Molti lavoratori accettano questa condizione perché l’hanno vissuta da sempre e non credono che il sistema possa cambiare.
I rischi per i lavoratori e per l’economia
Se da un lato il lavoro nero permette a migliaia di persone di avere un reddito, dall’altro rappresenta una minaccia per l’intera economia. Ogni lavoratore non dichiarato è un contributo mancato per il sistema pensionistico, per la sanità, per i servizi pubblici. L’evasione fiscale legata al lavoro nero pesa miliardi sulle casse dello Stato, alimentando un circolo vizioso in cui i pochi che pagano le tasse si trovano a dover sostenere un peso ancora maggiore.
Ma il rischio più grande è per i lavoratori stessi. Senza contratto, un infortunio può diventare un dramma, senza contributi il futuro è incerto. Per le donne, il problema è ancora più grave: molte lavoratrici domestiche e badanti vengono sfruttate senza possibilità di denuncia, con la paura costante di perdere il poco che hanno.
Cosa si può fare?
Contrastare il lavoro nero non è semplice, ma non è nemmeno impossibile. Servono controlli più efficaci, ma da soli non bastano: è necessario rendere più conveniente per le aziende assumere regolarmente, riducendo il costo del lavoro e snellendo le procedure burocratiche. Anche i lavoratori devono essere messi nelle condizioni di poter rifiutare il lavoro irregolare, attraverso misure di sostegno, percorsi di formazione e opportunità concrete di inserimento nel mercato legale.
Ma la vera sfida è culturale. Bisogna scardinare l’idea che il lavoro nero sia una necessità inevitabile, un compromesso accettabile per “sbarcare il lunario”. Accettarlo significa rinunciare ai propri diritti e ipotecare il futuro. Finché questa mentalità non cambierà, il Sud resterà ostaggio di un sistema che penalizza i più deboli e frena lo sviluppo. E finché il lavoro sarà nero, anche il futuro di troppi giovani continuerà ad esserlo.
Chiara Vitone
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